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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2016

E la mia febbre si chiama Bombay

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E la mia febbre si chiama Bombay, figlio mio. (Più tardi, trascriverà questa frase sul suo blog, ai lettori piacerà. Riversa sempre in quel contenitore virtuale, le parole pensate per Adam.)
Questa non è una città per vecchi, riflette Abad. È stata creata per chi ha la velocità nel sangue, eppure non mi sono mai pentito di essere ritornato qui da Londra. Se non fossi tornato, non avrei mai imparato a conoscere me stesso, né avrei conosciuto questa città che è il mio unico specchio.   Al mattino, Abad imbastisce discorsi immaginari con suo figlio Adam, mentre sorseggia il chai che Julianna gli porta a letto: un’abitudine che dura sin dal primo giorno di matrimonio, forse l’unica che è sopravvissuta a tutto il resto, alle catastrofi quotidiane, le impotenze che sono stati gli anni insieme. Abad non riesce più a parlare con suo figlio: a un certo punto, Adam è diventato un albero, una creatura ramificata che parla la lingua del vento e degli uccelli. I rami sempre più distanti, difficili da…

The Great Railway Bazaar: By Train Through Asia

"I sought trains; I found passengers." (Paul Theroux)

The end of October

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"Chi non ha mai tradotto, scagli la prima pietra"
(Jolanda Insana)


Juliette - III o la fine

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Allaudin le squarciò le vene più intime, la riempì di una passione inaudita, trascinandola per i lunghi capelli in capanni diroccati, radure di foreste, canali d’acqua senza più direzioni.
Con gli anni, che si accumularono come sassi sulla battigia, Allaudin le insegnò cos’era il mare. Com’era difficile fidarsi e aggrapparsi alle onde, su un catamarano in bilico sull’acqua riottosa. Lui, che le negò la maternità, le insegnò a sopravvivere al mare. Lui, che di sera si scolava troppe bottiglie di todi al riparo di una palma di cocco, sotto le stelle che piroettavano impazzite. Lui, che poi tornava da sua moglie Rubina, ogni volta, e la picchiava distratto, senza apparenti ragioni.
E imprevista, arrivò la danza a salvare Juliette da quel banale, prevedibile vortice di distruzione: il kathakali fu per lei un esercizio di disciplina. Cominciò a frequentare la scuola di danza, dove poi conobbe Mila.

Juliette si trasferì nel modesto ostello per studenti stranieri, e ripensò a un vecchio lib…

Rubina

C’era sangue dappertutto, sulle pareti della stanza, e quel sangue le apparteneva. Quel sangue era la sua essenza, il suo motore interiore.
Sangue che sgorgava dal suo corpo rannicchiato, in un angolo lercio; sangue che saliva verso il soffitto. Sì, saliva proprio verso l’alto, quasi ascendeva al cielo.
Ma che razza di cielo ci può essere in una stanza costruita con le mani della povertà? Rubina si guardava, si osservava con generoso distacco come se non fosse più lei, ma semplicemente una scena di un programma alla tivù. Un talk-show, magari, di quelli che andavano tanto di moda.
Qualcuno aveva acceso il vecchio televisore (comprato usato da un robivecchi), e quella sera stavano trasmettendo la sua morte. Forse qualcuno, comodamente seduto su un divano, la stava guardando. Guardava quanto può essere nera la fine di una disgraziata come Rubina.
Guardava il burqa strappato, il corpo lacerato a morsi. Riusciva forse a sentire il sussulto delle viscere scosse dai pugni e dai calci? Il c…

Allaudin - II

Allaudin aveva una moglie. Si chiamava Rubina, ed era figlia di un pescatore. Aveva solo sedici anni quando gliel’avevano data in sposa, e naturalmente era vergine. Scura e spigolosa, con le cosce strette. Sembravano non volersi staccare quelle fette di carne, bisognava aprirgliele con forza, e non davano nemmeno piacere.
Insieme, Allaudin e Rubina, erano la notte: un’oscurità frammentata di scogli e cocci di mare, perché non avevano mai conosciuto la morbidezza degli affetti. Allaudin non aveva imparato ad amare sua moglie, e Rubina si era ridotta a una linea torva che lo accoglieva a ogni ritorno dalle spedizioni in mare.
Pescare per Allaudin era come cucire: gli bastavano amo (al posto dell’ago) e lenza (al posto del filo). Pescava squali, tonni e altre creature della profondità. Le sue opere sartoriali erano sfuggenti al tatto, rilucevano di piombo e turchese. Ai primi tempi, quando usciva in mare, stava via tre o quattro giorni, e ogni volta poteva essere l’ultima. Erano i primi…

Juliette - II

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«La mia stazione d’arrivo si chiamava Allaudin» cantilenò Juliette, accendendosi un bidi. «Diceva poche parole, e sempre al buio» continuò, con voce stancamente fumosa.
Mila l’ascoltava trattenendo il fiato, mentre la terrazza si trasformava in un tappeto volante che attraversava stagioni, secoli, universi, sentimenti inconciliabili.
«Quella sera le palme, con i loro denti affilati, rimasero fuori. E le mani scabre dei pescatori, le reti. Le barche, i catamarani, e il legno che è l’unica terraferma per la gente di mare». Juliette parlava piano, e staccava le parole come se sgranasse un rosario.
Quella sera Allaudin riuscì a dirle, «Quando ti muovi, suoni».
Juliette si animava, e quando muoveva i fianchi, i polsi, le caviglie e le ginocchia, Allaudin sentiva la musica. Come se i fianchi di Juliette cantassero, o se nell’incavo della gola fossero custodite antiche melodie. «Tu suoni». Era stato l’unico complimento, l’unica cosa bella che uscì da quella bocca salata.  
Allaudin la port…

Allaudin - Prima parte

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Allaudin non era stato partorito, bensì lacrimato. Anche da vivo parlava di rado, e le sue parole tintinnavano come le monetine nella ciotola di un sadhu. Era un uomo orizzontale: non era stato concepito per le altezze.
Di mestiere faceva il pescatore, e sulla spiaggia raccoglieva sguardi. Era un’anomalia nel villaggio dal nome impronunciabile: i pescatori erano quasi tutti cristiani, appartenevano alla Chiesa cattolica latina, e avevano nomi di santi o nomi vagamente santi, come Jelestin e James e Jesus. Lui invece era musulmano, anche se non era mai entrato in una moschea per pregare. In una delle tante moschee dispettose che sbucavano fra le palme, a strapiombo sul mare. Assomigliavano alle birichinate dei bambini, quando si nascondono e poi saltano fuori con un gridolino divertito.
Ad Allaudin sembrava che le religioni gridassero tutte: impartivano divieti e sentenze con gli altoparlanti. Si immaginava Dio come un omaccione rozzo e volgare, lercio. Spesso era ubriaco (e beveva al…

Juliette - Prima parte

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[...] Mila prese un risciò scoppiettante, e si fece portare da Juliette. «La casa sul confine delle risaie, l’ultima del villaggio» così indicò al guidatore. Da là si spianava un mare verde, senza fine. Ogni tanto qualche gruppetto di palme interrompeva l’orizzontalità del luogo.
Juliette l’aspettava seduta sui gradini della veranda. La guardò a lungo, con gli occhiali che le pendevano dalla catenella, prima di entrare in casa. Insieme. Ovunque c’erano tendine di bambù che ovattavano la luce feroce del pomeriggio. Juliette aprì il vecchio frigorifero Godrej e le offrì un chas, latte dal sapore acidulo, che speziò con menta e zafferano.
Poi la invitò a salire sul tetto. Si inerpicarono su una stretta scala a pioli e giunsero sulla terrazza. Iniziarono a chiacchierare del più e del meno. Argomenti leggeri, informazioni di poco conto. In un soffio calò la sera, come sempre succede ai tropici. Si sedettero a gambe incrociate sotto una miriade di stelle, accese solo per loro.
Juliette spa…

La storia di Juliette e Allaudin

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[...] Allaudin, il pescatore dagli occhi arrugginiti, e Juliette, la ballerina francese: due amanti improbabili, eppure realmente accaduti in un villaggio a sud.  


***
Vicino al loro villaggio c’era una famosa scuola di danza. La ragazza ci andava tutte le mattine, a piedi. Il suo maestro di kathakali si chiamava Gopal. La scuola nella giungla era frequentata soprattutto da stranieri; c’era un folto gruppo di studenti francesi, appassionati di tradizioni indiane. Su tutti spiccava una donna dal portamento regale. Era dotata di una grazia libresca e si chiamava Juliette. Era impossibile capire quanti anni avesse: a volte sembrava una bambina, altre volte un’ottuagenaria.
Juliette viveva sul bordo del palcoscenico, e non era una metafora: alla fine della lezione, il maestro si avvicinava a lei con un’andatura imperiosa, e le carezzava i lunghi, lunghissimi capelli.

il vento corsaro a Cabo de Rama

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dove l'unico rifugio è il bianco, o il fucsia


cirurgião

Era un paesino sbattuto dal vento, un vento corsaro e birichino, e di notte quando la strada si svuotava e si spegnevano i neon che proteggevano santi e birre ghiacciate, si udivano persino le nenie dei fantasmi.
In quelle ore svuotate di corvi e avventori, le barche ondeggiavano come miraggi, con le lanterne a petrolio a infuocare il mare.

Una donna minuta e fiorita, con le ginocchia sporgenti, si era accasciata sulla scrivania di un ispettore, per denunciare un'ingiustizia, ma il poliziotto baffuto si era inceppato, incapace di muovere il pollice sulla macchina da scrivere.

Fuori, l'insegna del dottore locale, sbatacchiava cupa, producendo suoni inquietanti.

Cirurgião, c'era scritto con i caratteri che imitavano l'eleganza, e accanto al titolo e al cognome, Da Silva, c'era una croce rossa, che spiccava sotto quei portici che al mattino si popolavano e si animavano per il mercato locale, con le donne accovacciate e le ceste rigogliose di pesce e anacardi.

La donni…

Deragliata

Tornava da un sud imprevisto, sconfinato, che si era materializzato come una visione, o una febbre. Complice un aereo cancellato all'ultimo istante e un lento, lentissimo  treno, di quelli che diventano quasi un film o un romanzo d'avventura. Ursula era approdata prima a Tricchur, in Kerala, dove aveva fatto incetta di kurta indiani e sandali intrecciati. Alla Indian Coffee House aveva bevuto un ottimo caffè, e divorato una dosa speziata. Aveva sorriso al cameriere dai baffetti appena accennati, ed era uscita in strada.
Le strade a Tricchur erano accecate dalla luce e sembravano formicai, tanto pullulavano di attività.
Ursula si era guardata attorno e aveva provato un'inspiegata calma in quel fermento umano, quasi patologico. Senza pensarci due volte, era salita su un autobus ed era scesa al capolinea. Guruvayur. Quella notte aveva dormito al tempio degli elefanti, tra polvere e pidocchi, sul cemento grezzo dove per anni i pellegrini indù avevano pianto estasiati e i d…

The man with the ten rupee smile

L'uomo col sorriso da dieci rupie cominciava la sua settimana di giovedì, quando lei sbucava dalla scuola di yoga e si fermava nel suo baracchino di succhi di frutta freschi a ordinare in uno stentato ma elegante marathi "Ek ghanna ka raas bina baraaf". Lui si impettiva e si faceva avanti per servirla.
Le preparava con cura il succo di canna da zucchero, senza ghiaccio, come precisava ogni volta lei, e poi le porgeva il bicchiere con esitazione.
Lei lo afferrava distratta e, prima di cominciare a bere, si asciugava col dorso della mano il labbro superiore imperlato di sudore.
Lei era una straniera, assoluta, così pensava spesso lui quando poi la ragazza tirava fuori dalla borsa colorata un pezzo di stoffa, dalle fattezze incerte.
Prima di pagare, lei indugiava qualche minuto. Soffermava lo sguardo inselvatichito dalle trascuranze, e dalla nostalgia, sui negozietti scoppiettanti di vita, le campanelle del tempio dedicato a Lakshmi, il calzolaio, il sarto di strada ch…

Sharad, ovvero autunno

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Da Squame, (2014).
Sempre sulle mie poesie, qui.

Jinnah e le sue lacrime

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“Jinnah era un singolare capopopolo: chiuso, riservato, solitario, di rara emotività – le sue lacrime sulla tomba della moglie, al momento di abbandonare Bombay per sempre; uomo di cultura europea, inglese, mussulmano periferico, non legato ad alcuna provincia del paese che aveva aiutato a nascere, incapace di parlare correntemente una qualsiasi delle cinque lingue della sua patria mentale. In inglese annunciò la conquistata indipendenza, e un interprete tradusse in urdu; era uomo di grande coraggio e solitudine; assieme a Lord Mountbatten, ultimo viceré dell’India, percorse in una cerimonia ufficiale tutta l’interminabile Elphinstone Road – tuttora una strada furibonda di vita – sapendo che un attentato era pressoché sicuro.”

(da “Pakistan-Kuwait”, Cina e altri orienti, di Giorgio Manganelli)    

Sono imprevedibili gli incontri con i libri.
In transito a Rimini, in stazione, nella calura di agosto, mi è apparso quasi come un pop-up questo libro di Giorgio Manganelli, Cina e altri or…

back to blogging

"Una immagine effimera, una casuale polaroid: mezzogiorno, una ragazza dorme profondamente sul marciapiede, a Bombay, dorme, la folla appena si scosta, nessuno vi bada, profondamente dorme, il cielo abbagliante di Bombay la brucia, la protegge, la adorna, la ignora; qualcosa di infimo, qualcosa di nobile; il sonno è chiuso, è profondo, enigmatico."
(da Cina e altri orienti, Giorgio Manganelli)

Torno a scrivere su un blog con questa potente immagine: il cielo abbagliante di Bombay che abbacina, brucia, protegge ma soprattutto ignora una donna addormentata su un marciapiede.
La scrittura è quella luce abbagliante, che squarcia i confini, e persino il sonno.