Allaudin - II

Allaudin aveva una moglie. Si chiamava Rubina, ed era figlia di un pescatore. Aveva solo sedici anni quando gliel’avevano data in sposa, e naturalmente era vergine. Scura e spigolosa, con le cosce strette. Sembravano non volersi staccare quelle fette di carne, bisognava aprirgliele con forza, e non davano nemmeno piacere.
Insieme, Allaudin e Rubina, erano la notte: un’oscurità frammentata di scogli e cocci di mare, perché non avevano mai conosciuto la morbidezza degli affetti. Allaudin non aveva imparato ad amare sua moglie, e Rubina si era ridotta a una linea torva che lo accoglieva a ogni ritorno dalle spedizioni in mare.
Pescare per Allaudin era come cucire: gli bastavano amo (al posto dell’ago) e lenza (al posto del filo). Pescava squali, tonni e altre creature della profondità. Le sue opere sartoriali erano sfuggenti al tatto, rilucevano di piombo e turchese. Ai primi tempi, quando usciva in mare, stava via tre o quattro giorni, e ogni volta poteva essere l’ultima. Erano i primi mesi del matrimonio con Rubina, e le cose andavano già male fra loro due.
Con il passare degli anni, le barche a motore sostituirono i catamarani, e perciò le uscite in mare si dilatarono: i giorni diventarono settimane, e le settimane mesi. Per Allaudin fu solo un bene, perché così poteva stare abbastanza lontano da sua moglie, e per abbastanza tempo.
Con l’avvento del freezer, il ghiaccio “elettrico” prese il posto del sale – unico gioiello per conservare il pesce per tre, quattro, persino cinque giorni – e così i pescatori riuscivano a stare al largo fino a cinquanta giorni. Cinquanta giorni d’infinito. Le mogli, e i figli se c’erano, aspettavano a casa. Affaccendate nella quotidianità che si estendeva dall’alba al tramonto, prima che calasse il buio ad acquietare i corpi. Rubina non era una moglie che aspettava volentieri, e Allaudin non era un marito che tornava felice a casa.  
Si parlavano di rado, si picchiavano spesso, lanciandosi addosso i pochi utensili che riempivano la loro unica stanza. Una stanza mai illuminata dalle lanterne o dalle semplici candele: a Rubina piaceva vivere in quella penombra che non segnava i passaggi del sole, le pieghe del giorno. Una stanza, accanto a tante altre casupole di lamiere o paglia, sterco e qualche mattone. In quel villaggio sperduto, oltre ai tanti pescatori per lo più cristiani c’erano anche i musulmani, di solito facevano i macellai o i falegnami.
Nel loro villaggio c’era solo una macelleria, con i ganci luridi e le carcasse di mucche penzolanti.
In paese c’erano anche diverse pollerie, con i pennuti pallidi e sofferenti dentro le gabbie. Il più delle volte Allaudin e Rubina però mangiavano pesce, quel pesce che come tutte le benedizioni, e tutti i mali, veniva dal mare. Rubina cucinava sempre fish curry rice, ma non conosceva la magia delle spezie, e persino la sua cucina era secca e asciutta come i suoi seni.
Fu per questa ragione che Allaudin rimase incantato da Juliette. Perché lei, la straniera, incarnava l’abbondanza. Quando la vide, con gli occhi della prima volta, le sembrò la signora dei corvi. Juliette si chinò su di lui con grazia, come una vera ballerina. Su quella spiaggia, dove le donne musulmane del villaggio raramente si avventuravano, timorose com’erano di malocchi e pettegolezzi. Juliette invece era perfettamente a suo agio, e si coprì le spalle nude con uno scialle fucsia striato d’oro. I corvi le vorticavano attorno, alla ricerca dei pesci sfuggiti dalle ceste dei pescatori.
Quando Allaudin la guardò, sostituendola al mare, provò il desiderio forte, fortissimo, di squamarla con il coltello, come fosse un pesce.

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