Allaudin - Prima parte

Allaudin non era stato partorito, bensì lacrimato. Anche da vivo parlava di rado, e le sue parole tintinnavano come le monetine nella ciotola di un sadhu. Era un uomo orizzontale: non era stato concepito per le altezze.
Di mestiere faceva il pescatore, e sulla spiaggia raccoglieva sguardi. Era un’anomalia nel villaggio dal nome impronunciabile: i pescatori erano quasi tutti cristiani, appartenevano alla Chiesa cattolica latina, e avevano nomi di santi o nomi vagamente santi, come Jelestin e James e Jesus. Lui invece era musulmano, anche se non era mai entrato in una moschea per pregare. In una delle tante moschee dispettose che sbucavano fra le palme, a strapiombo sul mare. Assomigliavano alle birichinate dei bambini, quando si nascondono e poi saltano fuori con un gridolino divertito.
Ad Allaudin sembrava che le religioni gridassero tutte: impartivano divieti e sentenze con gli altoparlanti. Si immaginava Dio come un omaccione rozzo e volgare, lercio. Spesso era ubriaco (e beveva alcol da quattro soldi, mica pregiato liquore d’importazione). Dio aveva un orecchio solo, perciò non riusciva ad ascoltare. Non ascoltava gli altri, non ascoltava nessuno. Inutile pregarlo e adorarlo, era una perdita di tempo. Allaudin era musulmano di nascita, ma per lui Allah era soltanto una direzione obbligata, che qualcun altro aveva segnato sulla sua rotta.
Lui e Juliette si incontrarono per caso, un pomeriggio tardi sulla spiaggia di Papanasam. Lui si era accovacciato sul filo dell’acqua, a fissare l’orizzonte. Lei si era avvicinata, sfilandosi i sandali.
«A Cochin, ci pensano i capanni a pescare» gli disse Juliette, interrompendo il flusso lugubre dei suoi pensieri. Era la prima volta che si parlavano, mentre le palme ricamavano i loro contorni, e le lampadine colorate dei pochi locali turistici cominciavano ad accendersi.
«Le case, pescano?» fece lui, senza scomporsi. Non era mai stato a Fort Cochin, non si era mai spinto a nord del suo villaggio.
«Sì, a Fort Cochin usano le reti cinesi per pescare» gli spiegò Juliette. Ancora non poteva né sapeva interpretare Allaudin, che parlava la lingua degli ami e delle burrasche. Lei iniziò a descrivergli minuziosamente il molo, le reti cinesi, le ville coloniali dei portoghesi.

Reti cinesi a Cochin, foto presa da qui
Juliette aveva trascorso il Natale a Fort Cochin. Il suo primo Natale da sola, senza amici bohèmien e zie incartapecorite, senza la Parigi artistica e malinconica che tutti celebravano: era partita dalla Francia per sfuggire a quel vortice di festività natalizie, ed era approdata nell’estremo sud dell’India. A guardare i corvi che spolpavano una seppia morta, i pescherecci che si affannavano sul mare.
«Quando ho visto quelle reti sospese sul mare, ho capito che non sarei tornata indietro. Perché non c’era più nessuno ad aspettarmi». E forse non c’era mai stato nessuno, concluse Juliette, mentre Allaudin contorceva i pensieri come fossero panni umidi, cercando di strizzare qualche parola.
Poi quel pescatore bizzarro si immaginò una casa, con due mani bianchicce che affondavano nel mare per catturare i pesci. Mani grosse, come navi.

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