Deragliata

Tornava da un sud imprevisto, sconfinato, che si era materializzato come una visione, o una febbre. Complice un aereo cancellato all'ultimo istante e un lento, lentissimo  treno, di quelli che diventano quasi un film o un romanzo d'avventura.
Ursula era approdata prima a Tricchur, in Kerala, dove aveva fatto incetta di kurta indiani e sandali intrecciati. Alla Indian Coffee House aveva bevuto un ottimo caffè, e divorato una dosa speziata. Aveva sorriso al cameriere dai baffetti appena accennati, ed era uscita in strada.
Le strade a Tricchur erano accecate dalla luce e sembravano formicai, tanto pullulavano di attività.
Ursula si era guardata attorno e aveva provato un'inspiegata calma in quel fermento umano, quasi patologico. Senza pensarci due volte, era salita su un autobus ed era scesa al capolinea.
Guruvayur. Quella notte aveva dormito al tempio degli elefanti, tra polvere e pidocchi, sul cemento grezzo dove per anni i pellegrini indù avevano pianto estasiati e i danzatori di kathakali avevano ballato fino a consumarsi i piedi. Al risveglio aveva avuto l'impressione che una mano ossuta e bollente le avesse accarezzato la fronte, e poi la testa, come faceva sua nonna Joanna. Stranamente, si era ritrovata con i lunghi capelli sciolti, sparsi sul pavimento grigio del tempio.
Con il passare dei giorni, e dei mesi, Ursula aveva smesso di indossare i sandali. Camminava per ore tra un villaggio e l'altro, scalza. La pelle si era scurita, i piedi si erano ispessiti. Vagava senza meta, parlando con i pappagallini verdi e gli elefanti. Solcava a passo regale la terra impossibilmente rossa di quel lembo di Kerala. Di notte, si accasciava nei templi o nei ripari improvvisati. Di rado scambiava qualche parola con gli altri esseri umani. Preferiva i silenzi imperfetti del cielo, o del mare, che ogni tanto raggiungeva correndo tra palme e risaie, e allora lo sguardo le diventava acquoso, dolciastro.
Aveva spento il cellulare. Aveva disattivato l'account di posta elettronica.
Ursula aveva smesso di esistere. La sua vita precedente era stata archiviata. Per lei contava soltanto il cammino, e i suoi percorsi erano tutti circolari.
Scalza aveva attraversato quei mesi, e il sud India, e infine era giunto il monsone.
Oh, il monsone era stato così imperioso, con quelle piogge birichine e Ursula era ritornata pesce - squamosa e lucente.
E con il monsone era arrivata quella segnalazione, e poi la denuncia di scomparsa del figlio Mathias, e così Ursula era stata costretta a tornare a Berlino, con un'urgenza che non gradiva e non capiva.
E scalza, era tornata. E sull'aereo diretto in Germania, quando la tristezza d'acciaio stava per stritolarla, Ursula aveva abbassato lo sguardo e con le ciglia dorate aveva visto i suoi stessi piedi.
Li aveva accarezzati col pensiero, e sotto le unghie lunghe e ancora sporche di Kerala e polvere rossa, aveva intravisto un barlume di felicità, intrappolata per sempre sotto la pelle, tra le dita.
E ora, scalza, Ursula stava tornando.

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