E la mia febbre si chiama Bombay

E la mia febbre si chiama Bombay, figlio mio.
(Più tardi, trascriverà questa frase sul suo blog, ai lettori piacerà. Riversa sempre in quel contenitore virtuale, le parole pensate per Adam.)

Questa non è una città per vecchi, riflette Abad. È stata creata per chi ha la velocità nel sangue, eppure non mi sono mai pentito di essere ritornato qui da Londra. Se non fossi tornato, non avrei mai imparato a conoscere me stesso, né avrei conosciuto questa città che è il mio unico specchio.  
Al mattino, Abad imbastisce discorsi immaginari con suo figlio Adam, mentre sorseggia il chai che Julianna gli porta a letto: un’abitudine che dura sin dal primo giorno di matrimonio, forse l’unica che è sopravvissuta a tutto il resto, alle catastrofi quotidiane, le impotenze che sono stati gli anni insieme.
Abad non riesce più a parlare con suo figlio: a un certo punto, Adam è diventato un albero, una creatura ramificata che parla la lingua del vento e degli uccelli. I rami sempre più distanti, difficili da raggiungere, e Abad può solo osservare suo figlio da terra, senza poter allungare una mano. La distanza è diventata ciclopica, impossibile da solcare. Quasi brilla questa mancanza di comunione tra padre e figlio: è azzurra ed esplosiva.
E purtroppo sa anche che non sempre va così, gli basta spostare lo sguardo in salotto, quando suo padre, Nadhir, cicala al telefono con gli altri suoi figli. Hanno sempre tante cose da dirsi, quelli. Suo padre stremato dalla vita, sdraiato senza più radici in quel letto desolato, trova ancora l’energia di parlare. Con chi lo sa ascoltare, vorrebbe aggiungere, ma si censura.
Perché forse gli sono sempre mancate le orecchie, e Abad lo sa.


Foto di Slogan Murugan, Monsoon 2010
Bombay però l’ha sempre saputa ascoltare, riesce a intuire ogni singolo pensiero, ogni singola nota della sua città. E più di ogni cosa, Abad si rammarica di non essere stato capace di trasmettere questo suo amore smisurato al figlio. Con Zaira, è diverso: è arrivata quando lui e Julianna non se l’aspettavano più, non è stata né cercata né desiderata, ricorda lo sconforto di sua moglie quando gli aveva comunicato che era rimasta incinta. «Com’è possibile?» fece lui, altrettanto incredulo. «Be’, c’è: è una linea inequivocabile sul test di gravidanza, non posso cancellarla» mormorò lei, sfinita da quella scoperta. L’aveva proprio consumata quella seconda gravidanza, e Julianna aveva passato quei nove mesi a piangere, incontrollata. Abad aveva spesso pensato che ormai era vecchia. I capelli bianchi le spuntavano robusti, definitivi, e quella pancia era una stonatura. Julianna era ormai vecchia per fare di nuovo la madre, concluse Abad, e anche lui non aveva più così tanta voglia di ricominciare ma quando Zaira poi nacque, lasciò tutti di stucco: era una piccola leonessa, così diversa da Adam. Lui così emotivo, delicato, e Zaira invece piantava le unghie in ogni cosa che sfiorava: genitori, compagne di scuola, terra.
Questa figlia smoderata guarda la sostanza, non bada ai contorni e non ha bisogno di guida: è come se si accompagnasse da sola nei vicoli dell’esistenza. Adam invece è sempre stato così fragile, incompleto: sin da piccolo ha manifestato una sensibilità esasperata, sconvolgente. Come quando a cinque anni, fu operato per un’unghia incarnita all’alluce sinistro, e scriveva poesie minuscole, che nascondeva sotto il cuscino per guarire. «Allah è la mia tintura, il balsamo che tutto guarisce» recitava Adam, bambino, e questa sua inopportuna innocenza riluce anche adesso quando si reca alla madrasa, quando gira sugli autobus di Bombay. Abad la vede, la tocca quasi, e si rammarica anche di questo: di non poter proteggere il figlio dal dolore delle parole, e dei gesti.
Perché a Bombay l’innocenza paga. Sa essere disumana questa città, gode a farti male, eppure Abad non riesce a smettere di amarla. Ne tasta il polso, le bacia le gote arrossate, la calpesta sotto i suoi piedi per captarne l’umore, ma poi si dissolve, ancora.
È una città brada, che si finge addomesticata. I palazzi che svettano e strozzano l’aria, il cemento che si sostituisce al respiro. Eppure, nonostante questa bruttura che avvolge la città come una stoffa scadente, sintentica, lui continua ad amarla, incurante.
E riesce ancora ad amarla perché è una città bastarda, ed è per questo che tutti si rifugiano qui, tra le baraccopoli coi tetti di eternit e gli alberghi a cinque stelle.
Julianna, sua moglie, l’ha sempre considerata superflua.
«M’importa solo di te, Abad» gli disse dopo qualche giorno che si erano sposati. «Non m’importa di conoscere quest’ennesima città. Ne ho avuto abbastanza delle città straniere, credimi. Io voglio conoscere solo te.»
Quella caparbia di conoscerlo fino in fondo, di «abitarlo», com’era solita dirgli affettuosamente Julianna, dopo aver fatto l’amore. Ne era così lusingato, all’inizio. Eppure, questa feroce volontà non si era mai concretizzata in amore. Lei si è sforzata, certo, l’ha conosciuto, ma non ha imparato ad amarlo.
Nessuno lo conosce come lei. Conosce ogni angolo di Abad, le sfumature degli sguardi, l’inclinazione delle spalle prima delle tempeste emotive, la disinvoltura delle caviglie quando è di buon umore.
Sua moglie lo conosce, e non lo ama. Un po’ come Adam. Julianna e Adam sono molto simili. Siamesi per alcuni aspetti: non sono madre e figlio, ma qualcosa di più carnale, inscindibile.
«Adam» sospira ad alta voce Abad, come se fosse una preghiera. Adam, quel primogenito concepito d’impulso, durante il monsone, quando il tempo stesso era verde e i sentimenti non si erano ancora arrugginiti.
«A cosa pensi, figlio mio, quando socchiudi appena le palpebre e ti estranei da questa stanza, ti allontani da questa tavola apparecchiata, dal cucchiaio che stringi tra le mani?» gli ha chiesto Abad l’altro giorno, a cena.
Adam l’ha guardato, stupito. Non si aspettava certo una domanda così intima, un’intrusione volontaria da parte di suo padre. Ha schioccato la lingua, e non è riuscito a dirgli niente. È rimasto con la bocca semi-aperta, i denti scintillavano bianchi, le labbra indifese.

Silenzio, e poi tutti hanno ripreso a mangiare, rumorosi come coltelli e cucchiai.    

Post più popolari