Jinnah e le sue lacrime

“Jinnah era un singolare capopopolo: chiuso, riservato, solitario, di rara emotività – le sue lacrime sulla tomba della moglie, al momento di abbandonare Bombay per sempre; uomo di cultura europea, inglese, mussulmano periferico, non legato ad alcuna provincia del paese che aveva aiutato a nascere, incapace di parlare correntemente una qualsiasi delle cinque lingue della sua patria mentale. In inglese annunciò la conquistata indipendenza, e un interprete tradusse in urdu; era uomo di grande coraggio e solitudine; assieme a Lord Mountbatten, ultimo viceré dell’India, percorse in una cerimonia ufficiale tutta l’interminabile Elphinstone Road – tuttora una strada furibonda di vita – sapendo che un attentato era pressoché sicuro.”

(da “Pakistan-Kuwait”, Cina e altri orienti, di Giorgio Manganelli)    

presa da qui
Sono imprevedibili gli incontri con i libri.
In transito a Rimini, in stazione, nella calura di agosto, mi è apparso quasi come un pop-up questo libro di Giorgio Manganelli, Cina e altri orienti, un libro che mi ha divertito, irritato, e persino incantato. Queste pagine barocche, dense di descrizioni, di umori, effluvi e persino puzze tipicamente asiatiche, come i malanni del cuore e della mente, e i paesaggi che attraversano il narratore e il lettore. Ho ritrovato alcuni miei paesaggi reali e immaginari, le cartografie più nascoste, quelle che ci stampiamo addosso con amore e nostalgia. Le rotte, le partenze.
Mi ha commosso la descrizione di Jinnah, personaggio storico controverso, quest'uomo dilaniato tra un grande sogno e un tremendo incubo, la fondazione del Pakistan, una realtà che ha smembrato le coscienze - e purtroppo anche i corpi - di un popolo che un tempo era unito. Perché non si smembrano le terre, ma i corpi, i sogni, i bambini. Ieri come oggi.
Mi ha colpito quest'uomo filigranato, compagno di Nehru e Gandhi, che piange inconsolabile sulla tomba della moglie, Ruttie, seppellita a Bombay. La stessa Bombay che Jinnah avrebbe poi lasciato per sempre.

  

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