Juliette - III o la fine

Allaudin le squarciò le vene più intime, la riempì di una passione inaudita, trascinandola per i lunghi capelli in capanni diroccati, radure di foreste, canali d’acqua senza più direzioni.
Con gli anni, che si accumularono come sassi sulla battigia, Allaudin le insegnò cos’era il mare. Com’era difficile fidarsi e aggrapparsi alle onde, su un catamarano in bilico sull’acqua riottosa. Lui, che le negò la maternità, le insegnò a sopravvivere al mare. Lui, che di sera si scolava troppe bottiglie di todi al riparo di una palma di cocco, sotto le stelle che piroettavano impazzite. Lui, che poi tornava da sua moglie Rubina, ogni volta, e la picchiava distratto, senza apparenti ragioni.
E imprevista, arrivò la danza a salvare Juliette da quel banale, prevedibile vortice di distruzione: il kathakali fu per lei un esercizio di disciplina. Cominciò a frequentare la scuola di danza, dove poi conobbe Mila.

foto presa dal web
Juliette si trasferì nel modesto ostello per studenti stranieri, e ripensò a un vecchio libro di Agota Kristof: a due bambini abbandonati nella guerra che facevano gli esercizi di solitudine. In un’altra versione della storia, quei bambini erano lei e Allaudin.
Là in mezzo a maestri di danza, santoni indù ed elefanti Juliette si scrollò di dosso Allaudin – non il suo fantasma, quello avrebbe continuato ad abitarla per l’eternità – e ricominciò a muoversi, ancora. A muovere i suoi primi passi di kathakali, dimenticando gli oscuramenti che torcono le braccia e la ragione. Giorno dopo giorno, si sforzò di essere come le backwater: linee piatte, fluide.
Solo il suo corpo rimase aggrovigliato; sfrigolava come un ferro rovente. Così un pomeriggio lento, Gopal, il maestro di kathakali, si avvicinò con aria solenne e la fece sedere sull’orlo del palcoscenico. «Fermati» le intimò. «Osserva gli altri». E Juliette rimase là per ore, tutti i giorni. A guardare il movimento del mondo.
Dopo quasi un mese, Gopal le chiese, «Dimmi come ti senti, adesso». E con voce impetuosa Juliette gli rispose: «Ho paura». Lui distolse lo sguardo. «La clessidra si è fermata già troppe volte, mia cara» salmodiò, altezzoso. Poi si allontanò, e lei rimase come un albero senza più foglie, mentre calava ironico il crepuscolo.

Allaudin, alla fine, morì d’alcol, ma soprattutto di rimorso e nostalgia.
Adesso, il suo fantasma vaga per i villaggi sulla costa del Malabar, spesso si ferma a spiare Juliette nella sua nuova vita. La vede danzare, innamorarsi, cambiare, ridere. Allontanarsi dal veleno di quella vita insieme. Allaudin ha la pelle triste, come tutti gli spettri, e a furia di guardare l’orizzonte gli si è arrugginito lo sguardo.

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