Juliette - Prima parte

Foto di Slogan Murugan, presa dal suo blog su Mumbai

[...] Mila prese un risciò scoppiettante, e si fece portare da Juliette. «La casa sul confine delle risaie, l’ultima del villaggio» così indicò al guidatore. Da là si spianava un mare verde, senza fine. Ogni tanto qualche gruppetto di palme interrompeva l’orizzontalità del luogo.
Juliette l’aspettava seduta sui gradini della veranda. La guardò a lungo, con gli occhiali che le pendevano dalla catenella, prima di entrare in casa. Insieme. Ovunque c’erano tendine di bambù che ovattavano la luce feroce del pomeriggio. Juliette aprì il vecchio frigorifero Godrej e le offrì un chas, latte dal sapore acidulo, che speziò con menta e zafferano.
Poi la invitò a salire sul tetto. Si inerpicarono su una stretta scala a pioli e giunsero sulla terrazza. Iniziarono a chiacchierare del più e del meno. Argomenti leggeri, informazioni di poco conto. In un soffio calò la sera, come sempre succede ai tropici. Si sedettero a gambe incrociate sotto una miriade di stelle, accese solo per loro.
Juliette sparse qualche candelina, chinandosi sulle fiammelle come fossero piccoli miracoli.
Continuarono a chiacchierare, senza seguire direzioni precise, mentre la notte si addensava su di loro. Si accucciarono negli scialli fruscianti, e contarono le stelle, sempre più numerose.
A un certo punto, Juliette si sciolse i lunghi capelli argentati, prese un libro dal mucchio, e inforcò gli occhiali. Mila si zittì, e si stese sul charpoi. Juliette iniziò a leggerle di divinità selvatiche che scendono sulla terra, travestiti da mendicanti. Di dèi birichini che vivono sotto un cavalcavia e ingannano i passanti, ciabattando con le ciotole fino agli incroci di metropoli sconfinate, inimmaginabili, recitando quel ruolo con convinzione. Di semafori rotti, mazzi di carte karmici, filigranati d’argento e storie che si struggono lente come i bastoncini d’incenso.
Mila trattenne il fiato.
Pensò alle stazioni dei treni, alle tante stazioni indiane che lei e Samilo avevano incrociato durante il lungo, lunghissimo viaggio da Bombay verso sud. E concluse che le persone erano le uniche vere stazioni nella vita: crocevia in cui scendere, fermarsi, bere un tè, comprare un biglietto, partire, arrivare, e infine ripartire.
A quel punto, Juliette richiuse il libro, lo poggiò su un cuscino colorato e poi, togliendosi gli occhiali, le domandò con voce sfocata: «Ti sei mai chiesta perché sono finita qui, in un villaggio dimenticato, in una vita così minuta?»

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