Rubina

C’era sangue dappertutto, sulle pareti della stanza, e quel sangue le apparteneva. Quel sangue era la sua essenza, il suo motore interiore.
Sangue che sgorgava dal suo corpo rannicchiato, in un angolo lercio; sangue che saliva verso il soffitto. Sì, saliva proprio verso l’alto, quasi ascendeva al cielo.
Ma che razza di cielo ci può essere in una stanza costruita con le mani della povertà? Rubina si guardava, si osservava con generoso distacco come se non fosse più lei, ma semplicemente una scena di un programma alla tivù. Un talk-show, magari, di quelli che andavano tanto di moda.
Qualcuno aveva acceso il vecchio televisore (comprato usato da un robivecchi), e quella sera stavano trasmettendo la sua morte. Forse qualcuno, comodamente seduto su un divano, la stava guardando. Guardava quanto può essere nera la fine di una disgraziata come Rubina.
Guardava il burqa strappato, il corpo lacerato a morsi. Riusciva forse a sentire il sussulto delle viscere scosse dai pugni e dai calci? Il cuore che impazziva, poi rallentava fino a spegnersi per ricominciare a galoppare. Come certe pubblicità televisive in cui le donne sono bellissime, hanno un manto lucente di capelli e corrono nei campi di mostarda, verso un amore principesco.
Il cuore mitragliava gli ultimi battiti, e Allaudin la colpiva con una furia disumana. Bestiale, ma non cieca. Non era affatto una violenza irrazionale.
Per la prima volta nella sua vita, Allaudin stava picchiando lei, sua moglie. Suo marito non stava picchiando un’idea, non stava picchiando il desiderio – o l’amore? – che provava per quella firangi, per quella straniera che tutti al villaggio definivano “cheap”. La pelle di Juliette luccicava come le scaglie di un pesce: ecco cos’era stato a incantare Allaudin; quella carnagione lattea che lui avrebbe tanto voluto squamare e sfilettare col coltello, come faceva coi pesci.
Rubina li vedeva tutti i desideri di suo marito, li sentiva muoversi sul fondo piovoso dei suoi occhi. Come i serpenti durante il monsone, quando cercavano rifugio nei sottotetti, nella paglia. E poi ti cascavano addosso, più feroci e inaspettati della pioggia. Come le maledizioni di certe foreste. Ma quella straniera non era stata un malaugurio, bensì uno slargo del destino.
Allaudin lo capì quella notte, nel momento esatto in cui iniziò a picchiarla, e per la prima volta picchiava lei: Rubina. Percuoteva la sua carne polverosa, la pelle spenta. La picchiava con la ruggine dei sentimenti accumulati negli anni. La picchiava e la liberava. La morte, sempre più vicina, danzava incosciente. Passi sempre più concitati, lei doveva solo allungare le braccia.
E quando Allaudin sferrò il calcio che le avrebbe rotto il cuore, Rubina gli tese le braccia e mormorò, «Finalmente».    

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