Adam sul 313 che fa la spola tra Kurla e Santacruz (E)

Il martirio è quello che vivono tutti i giorni gli abitanti della strada, i randagi urbani che non possiedono neppure una stuoia su cui stendersi, e si sdraiano sulla faccia ruvida di Bombay, sui marciapiedi, agli incroci dei semafori. Quei disgraziati che non hanno scelto né la miseria né l’abnegazione.
Il martirio delle bambine dai sandali spaiati, stuprate dall’incuria e dalle divinità miopi. Il calvario dei derelitti, arrivati a frotte dalle campagne in cerca di linfa: alla fine si inaridiscono in questa città impossibile. Il venerdì, i poveri si accalcano all’ingresso della moschea di Kurla, spalancano la bocca, allungano le mani monche, scarne, sporche. Supplicano, supplicano chiunque, senza distinzione.
Adam è sempre disturbato da queste scene, persino quando le scorge dagli autobus prova una grande, sconfinata impotenza. La stessa impotenza che sfuma in incomprensione e rabbia alla vista delle capre, appena sgozzate, in bella vista sui banconi dei macellai. Nessuno si prende la briga di scuoiarle: restano in mostra, con il pelo nocciola, l’innoncenza e lo stupore negli occhi vitrei, imbambolati nella morte.

Quella docilità tormenta Adam, non capisce il senso di quelle teste recise. Gli sembrano persino umane, troppo. Lo irritano, e allo stesso tempo gli fanno sciogliere il cuore. 

a Kurla, un macellaio 
(In quel momento, mentre Adam sta andando alla madrasa in autobus, in una cittadina imprecisata dell’occidente un impiegato di banca è appena rincasato. Fuori sanguina il tramonto, e lui si prepara un drink, mescola ghiaccio, coca e rum. Poi si sbraca sul divano e apre un pacchetto di noccioline. Si allenta il nodo della cravatta, dà un’occhiata al cellulare, accende la tivù e si sfila le scarpe, scalciandole lontano. Scarpe di vera pelle, di fattura italiana. Il banchiere guarda le ultime notizie dal mondo, trasmesse dal tigì della sera. Jihadi John ha decapitato un ennesimo ostaggio occidentale, e ne brandisce la testa come fosse un trofeo.)

Adam scaccia via l’immagine dolorosa di quelle teste decapitate, e si tappa le orecchie d’istinto. Ma non è una tivù che sta ascoltando, bensì la voce di suo padre.  
«Sei proprio una femminuccia! Adam, tu dovresti essere in grado di sgozzare un uomo con un solo colpo di lama, e ti commuovi per qualche testa di capra sul bancone del macellaio? Ma che razza di figlio ho fatto!» La voce di suo padre gli risuona in testa come un carillon demoniaco. Come quando a cena, Abad sbraita: «I froci bisogna bruciarli vivi!» e sbatte il pugno sul tavolo, trangugiando la zuppa di cipolle e curry. «Questa città sta perdendo il rispetto! Sta diventando una brutta copia dell’Occidente, e mi duole il cuore. Quelli là non sono mica uomini, sono più lerci dei cani, sono immondi, mi fanno profondamente schifo. Li farei bruciare tutti, vivi, pure le lesbiche e i travestiti, e tutta quella feccia là.»
Adam si alza e barcolla fino alla porta d’uscita. L’autobus lo strattona con i movimenti inconsulti, le frenate che stridono, e lui infine scende. Mentre s’incammina verso la madrasa, pensa al suo paradiso personale, dove non l’attendono le vergini prosperose e sottomesse. 

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