L'India che impaluda e nutre

L'India che "macera e corrode, impaluda e nutre" - come scrive Manganelli nel suo Esperimento con l'India. Sono passati tanti anni dal suo viaggio, ma l'India resta così: una terra che ti si appiccica addosso, sulla pelle, sotto le piante dei piedi. Sei tu, in viaggio, che scorri nella pellicola che non è più la tua vita, ma svapora in un flusso incontrollabile, più denso e vischioso dei pensieri. E i templi diroccati sono vibrazioni, i vecchi bungalow ricamati di bianco punto di incontro per nottambuli e fantasmi delle cinque.

L'India può essere travolgente, visionaria, persino allucinogena: un intrico di vicoli, che sono le tue viscere e la tua anima, un labirinto di persone, i sorrisi, le mani, le ciglia. Una moltitudine di esseri viventi - sì, viventi, e non necessariamente umani - perché qui persino con le file di formiche che infestano la casa puoi comunicare e immaginare altri universi, costruire palazzi e ribaltare governi (dove non esistono caste, né file in banca per poter comprare il pane ai tuoi figli).
L'India può essere un incubo, se ci si fossilizza sulle coordinate a noi conosciute. Qui niente è mai lo stesso, eppure tutto è immutabile nella sua impermanenza. Spazio e tempo si dilatano, poi all'improvviso si riducono a un puntino, a un pulviscolo che si confonde e svanisce.
L'India, infine, è uno stato di grazia, per chi sa sentire. E in quel momento, l'ego svanisce, e tutto palpita di infinito. Peccato, che gli stati di grazia indiani durino un sospiro.

(con il santino di Bruce Chatwin a custodire i sogni di questa feroce, assurda, incredibile ma vivificante Bombay)*

* Mumbai
    

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