Yusuf

Si è inginocchiato, e l’aria si è mossa: frusciava silenziosa come velluto. Nella stanza corrosa dalle bugie, le pie illusioni degli uomini, Yusuf ha distolto lo sguardo.
Quel gesto, a lungo meditato, ha cancellato la possibilità di qualsiasi parola, e i pensieri sono crollati come grattacieli: ne hanno sentito il boato, il fragore quasi estivo; l’hanno udito insieme.
(Da un’altra parte del mondo, in un’altra latitudine, in quello stesso momento, una ragazzina di tredici anni, bionda, con le labbra truccate di viola – un colore che l’adultera, come alcol di contrabbando – si sta spogliando davanti a uno specchio; poi ha acceso una candela nella stanza oscurata. Alla radio trasmettono una vecchia canzone, Falling, di Julee Cruise, e la neve ha iniziato a cadere sui picchi, sulle foreste di un’America solo sussurrata).
Yusuf ha distolto lo sguardo e così facendo si è scrollato di dosso l’impura responsabilità e i suoi occhi fotografici, l’unica ammissione della colpa, si sono spostati altrove.
Quella distanza ha ferito Adam, come se qualcuno l’avesse marchiato con un tizzone acceso e si fosse accartocciato, dentro.
Se almeno avessi il conforto dei tuoi occhi, ha pensato.
E poi ha ripensato a quella mattina, solo una manciata di ore prima. Sua madre, come sempre, gli ha preparato il pranzo, e come sempre ha abbondato: porzioni generose, perché Julianna sa che Adam divide ogni cosa con Yusuf. Ogni cosa. Quella mattina, con il curry di montone, riso basmati e un misto di verdure al vapore nel portavivande, Adam è sceso dal 313, alla fermata della moschea. È sbucato come un guerriero in mezzo alla polvere e alla benzina, le carcasse delle auto, i rottami umani di Kurla.
A passo lento, si è incamminato verso la moschea. Stranamente fiducioso, senza capire perché. La madrasa pullulava di studenti, attese. E Adam doveva aspettare tutto il giorno, prima di poter rimanere da solo con Yusuf.
E aspetta volentieri. L’ha sempre aspettato volentieri, e con un pizzico di trepidazione, come si attende l’inverno in una città tropicale, sapendo che è tutta una parvenza. Mutano solo i colori, perdono la fierezza ma l’aria continua a spossarti, a segnarti a fuoco nelle ore centrali della giornata.
Lui e Yusuf hanno pranzato, ridacchiando. Hanno commentato le notizie del giorno, sfogliando le prime pagine dei vari quotidiani. Qualche battuta leggera, ma illuminante. Yusuf è sempre così critico della società e degli imperi: riesce a cogliere le debolezze, le contraddizioni di ogni forma di governo e le enuncia in modo brillante, fluido. Adam gli invidia questa capacità di giudizio, questa mente così logica e binaria.
Poi hanno ripreso le loro rispettive attività: Yusuf ha ripreso a insegnare, e lui è tornato in biblioteca a studiare. I testi coranici sono sempre così densi, disseminati di trappole, pozzi dall’acqua smeraldina. 
Infine, è arrivato. Il crepuscolo: un’esplosione di corvi, schiamazzi, traffico strombazzante e anarchico, il sole enorme e possente tra i grattacieli in costruzione.
E infine, è arrivato il momento tanto atteso, e loro due sono rimasti da soli.
Adam si è inginocchiato, e a quel punto Yusuf ha puntato lo sguardo lontano. L’ha fatto senza alcuna possibilità di ripensamento, né ritorno: ha spostato lo sguardo su un meridiano ancora lontano e sconosciuto, vergine.
Adam si è chinato e d’impulso l’ha abbracciato. Ha stretto Yusuf con un impeto indomabile, e ha cominciato a piangere. Lacrime che Yusuf non ha visto, ma ha sentito. Le ha percepite, scorrevano sulle sue gambe, gli bagnavano la stoffa sottile dei pantaloni, lacrime come baci profondi, appassionati.

Poi le mani frenetiche di Adam hanno cercato la cordicina del pajama bianco di Yusuf. Hanno brancolato, quelle mani incontenibili, e quando infine hanno trovato quel laccio di corda, hanno cominciato a scioglierlo.  

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