Blue velvet

La voce era stridula, quasi sul punto di spezzarsi. Sentiva le lacrime dentro quella voce, e a un certo punto, incuriosita si era voltata: l'ennesima lite in banca, pensò. La fila era un'alta marea, la gente scontrosa. Quella rabbia che deriva dalla stanchezza, e anche dalla vita randagia di quella città, che finiva per spossarti.
Mentre aspettava che toccasse a lei, mandava whatsapp altrove, in una dimensione remota.
La voce però persisteva, adesso era come una banda di percussionisti impazzita. Rauca, maschile, aggressiva. Urlava insulti in marathi, strillava, lacerava. Le lacrime non si sentivano più, erano state cancellate da un'urgenza più carnale: i soldi, il cash che mancava.

A un certo punto, la straniera si era girata, perché tutti gli altri nella fila scomposta si erano radunati in cerchio, attorno alla Voce. Il manager della banca era corso verso di lei e aveva detto, "Madam, venga con me al sicuro." E l'avevano scortata in un cubicolo di vetro con l'aria condizionata. "Madam, porti pazienza, oggi è una giornata nera."
In quel cubo di vetro, le avevano servito il chai, ma la voce continuava a protestare, sempre più sfregiata, disperata. E infine l'aveva vista.

Un hjira, vestita di blu. Con un abito di pizzo blu, corto al ginocchio, e una crocchia di capelli tinti di miele. Una figura così delicata, quasi femminile, ma con la voce così maschia da far arrossire.
A un certo punto, l'hjira era piombata nel cubicolo, seguita dalla madre, una signora scura scurissima, vestita di giallo e piena di catenine dorate. Il cubicolo di vetro si era popolato di impiegati della banca, inservienti che servivano acqua ghiacciata e chai. Un caos nel caos, e lei aveva notato le unghie bizzarre dell'hijra, tutte lunghissime e di colore diverso, brillantate. E la leggera peluria sul viso, quasi una conferma di quel confine corporeo che aveva varcato l'hjira.
"Voglio solo un po' di gentilezza" aveva infine detto con voce strozzata. "Per me, e mia madre. Nient'altro che gentilezza."
La straniera aveva annuito, e aveva pensato che quel gabbiotto di vetro era come la piccola scatola blu di David Lynch.
Tutto poteva succedere, davvero.     

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