Interno notte

Sono le due del mattino e non riesce a dormire, è quell’ora verdastra in cui tutto può succedere. Si rivolta nel letto. La figlia di sei anni dorme accanto a lei, e ai piedi del letto c’è il pastore tedesco di quasi dieci anni. Lo considera alla pari della figlia, le viene naturale. La luce che giunge da fuori è soffocata, i rumori però sono ancora feroci: stanno scavando, stanno scavando in tutta Matunga. Lavori in corsi, in quella città strozzata dal cemento.
L’udienza in tribunale è andata così così. Il marito, sposato anni prima su insistenza di sua madre, si era fatto vivo dopo cinque anni di silenzi, avanzando pretese sulla bambina che non aveva mai più visto da quando Samira e Zaira se ne erano andate, fuggendo in autobus, e portandosi dietro solo il cane.
Era violento, Anaar. Beveva, perdeva la testa e picchiava tutti, cane compreso. Picchiava forte.
La prima volta che Samira l’aveva confidato a sua madre, la prima volta che le aveva detto quello che faceva il marito in casa, la madre aveva stretto la bocca in un nodo e aveva detto “Non denunciarlo. Gli passerà, si deve abituare alla nuova vita matrimoniale, e tu sei robusta, puoi sopportarlo qualche schiaffo.”
In quei due lunghi infernali anni di matrimonio, gli schiaffi erano stati troppi e a un certo punto Samira si era incrinata. Ricorda ancora la giornata opaca, gli autobus che sferragliavano di sotto, e il tremore delle mani.
Ora è quasi libera, è una donna sola ma emancipata. La madre è morta, e lei infine ha sporto denuncia. Non vuole che il suo quasi ex marito si avvicini a Zaira, è una figlia preziosa, che ha già visto troppe cose brutte.

“Mia madre è finalmente morta e io sono felice perché così comincia la mia libertà” ha confidato a un’amica straniera mentre bevevano un caffè amaro.
Lo scintillio nei suoi occhi la faceva sembrare bambina, persino birichina.

Certo, la notte le ansie e le preoccupazioni la tenevano sveglia. Con il suo avvocato doveva studiare una linea dura per non permettere a quel bastardo di Anaar – che ora prevedibilmente recitava la parte della vittima – di sfiorarle nemmeno nel pensiero.

E in quello squarcio di notte verdolina, dall’altra parte della città, in una modesta stanzetta in affitto, tra galline che starnazzavano all’alba e vicine pettegole, c’era un’altra donna sveglia. Veniva da lontano, era nuova a Bombay, eppure aveva già una terribile cicatrice sul cuore. Anche a lei tremavano le mani, e non sapeva cosa fare.
Poteva fare un’offerta all’oceano, ma i risultati del test non sarebbero cambiati. Poteva implorare tutti gli dei, ma ne avrebbe pagato il prezzo.
Si rigirava nel letto e si torceva le mani, per calmare quel dannato tremore. In Iran non poteva tornare. Non sapeva con chi parlare.
Eppure sapeva che al risveglio, si sarebbe tuffata nel flusso di mucche, risciò, uomini e donne nella luce convalescente di un’ennesima giornata su questa terra.
Poi ci avrebbe pensato. Poi.


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