sacrificio

La mattina che dovevano sgozzare le capre – «non le ammazzano, le sacrificavano» aveva puntualizzato, convinto e infervorato un suo vecchio amico, ora feroce fondamentalista islamico e logicamente inconcludente – si era svegliata alle 4.30, quando il cielo era ancora tinto di nero, e non era più riuscita ad addormentarsi.
Un cane aveva bussato alla sua porta, graffiando il legno, e lei aveva aperto. Si era infine alzata e aveva messo su la moka, su un sottofondo di corvi e pipistrelli che cominciavano a svegliarsi schiamazzando. Presto sarebbero arrivate le nenie del muezzin, e i canti nel vicino tempio indù e tutto il resto, ma in quel momento ascoltava il beato gorgoglio del caffè.
A volte, quando non riusciva a dormire la notte, le capitava di fare pensieri sparsi, evanescenti. L’odore del muschio nei boschi, la consistenza della pelle di sua nonna purtroppo morta, il fruscio dei vecchi libri ingialliti, persone scomparse. E ogni tanto le capitava pure di pensare a una persona che non aveva mai conosciuto, e che mai avrebbe conosciuto, ma alla quale nei mesi aveva iniziato a voler bene. Come si vuol bene a un fratello minore e sventurato.

Ripensava a quel ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto, nel cuore dell’inverno – anzi, sacrificato, come le capre che i musulmani sgozzano per il Bakri Eid.  Sacrificato per niente, per nessuna apparente ragione, o forse semplicemente offerto al male, che prende mutevoli e imprevedibili forme.

Le capre, ignare, dormivano in quel momento. E lei si era abbandonata all’abbraccio generoso e pulcioso del suo cane randagio. Randagio come la mostruosa città che ancora dormiva.
E aveva concluso che lei stava coi cani.
Io stavo con i cani che scintillano nel crepuscolo*, recitava un verso incredibilmente bello, che le fluttuava davanti agli occhi e alla tazzina vuota.
Sì, proprio così.

E al crepuscolo, tutto sarebbe stato scintilla, persino le pulci.    
 
* verso tratto da “L’exercitium che precede la festa” di Maria Grazia Calandrone (2008).

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