farfalle

Doveva ritirare le analisi. L'avevano già chiamata diverse volte dalla clinica."Signora, deve assolutamente passare a ritirare il referto. Il dottore dice che è abbastanza urgente", così le avevano ripetuto le infermiere della piccola clinica, che era solo un laboratorio minuscolo in realtà, incuneato sotto il ponte di Santacruz. Dopo le prime telefonate, a cui aveva risposto diligente, Fateema aveva cominciato a ignorare lo squillo del cellulare.
A dire il vero, in quei giorni non aveva voglia di parlare, né di rispondere a nessuno. Non chiacchierava nemmeno più con la donna che raccoglieva la spazzatura tutte le mattine. A domicilio, la grassa ma dignitosa signora dalla pelle scura passava di porta in porta a raccogliere le immondizie altrui, che poi calava in un secchio blu. Di solito Fateema parlava con quella donna dal nome impronunciabile, le regalava sempre un dolcetto o un pezzo di cioccolata, chiedeva come stavano i figli e nipoti, queste cose qua.
Ma persino quelle chiacchiere quotidiane erano diventate faticose per Fateema. Tutto si sgretolava sotto i suoi occhi, e al tatto era polvere.
Polvere, ovunque. Persino il tè nero al miele che si preparava al mattino era diventato polvere.
Quel giorno doveva finire di scrivere una tesina. Il suo progetto di ricerca incentrato sulla letteratura indiana ai Caraibi le dava poche soddisfazioni, ma la manteneva ancorata alla realtà. Le scadenze la tenevano sui binari della sanità mentale, così pensava.
Quel giorno però dopo l'ennesima telefonata dal laboratorio - a cui non aveva naturalmente risposto - Fateema si era alzata dalla scrivania addossata alla finestra e si era diretta in bagno, a passo strascicato.
Si era guardata a lungo allo specchio. Si era sfilata gli orecchini che non toglieva mai, nemmeno per dormire, perché quelli erano gli orecchini della zia morta, che l'aveva amata e cresciuta e che le aveva trasmesso nel sangue un'unica certezza: l'indipendenza. Quando la zia era morta, Fateema aveva vinto con grande sforzo e fatica una borsa di ricerca per l'università di Mumbai. Sforzo e fatica perché Fateema era pachistana, e i pachistani non erano i benvenuti in India (e non solo in India, come avrebbe in seguito constatato).

Quel giorno Fateema si era guardata allo specchio con grande lentezza.
Senza gli orecchini, sembrava ancora più polverosa. La pelle un po' grigia, spenta. Le occhiaia violacee e la ricrescita: doveva tingersi i capelli con l'henné, ma non ne aveva voglia. Polvere e apatia governavano il suo corpo, le sue giornate e i dettagli.
Sì, sembrava persino più vecchia senza gli orecchini dell'amata zia, ma doveva affrontare la realtà nuda, senza amuleti.

Charni Road on a Saturday afternoon, foto di Clara Nubile

Si era soffiata il naso, si era vestita con un bel salwaar kameez e aveva preso l'autobus per andare in stazione. Prima di andare al laboratorio, si era fermata al mercato a fare la spesa: broccoli, funghi, verdure esotiche perché quel pomeriggio - era uscita di casa dopo forse tre settimane di clausura - ogni cosa le sembrava diversa, sproporzionata. Persino il sorriso del ragazzo dei succhi di frutta che, allarmato, le aveva chiesto se stava bene. "Madam, sta bene? Sono giorni che non viene qui a bere il succo di mosambi, e io temevo che...".
Sto bene, l'aveva rassicurato lei. Sto bene, non sono malata.

"Non sono malata", aveva esordito quando aveva infine ritirato le analisi. "Ero solo molto impegnata all'università", aveva spiegato alle infermiere del laboratorio che la guardavano sbigottita.
Polvere, aveva pensato Fateema, mi guardano così perché devo avere molta polvere addosso.
L'infermiera, Molly, con dolcezza le aveva spiegato che invece era malata, e doveva farsi curare. Al più presto, aveva aggiunto storcendo le labbra sottili.
"Non sono malata, tranquille", le aveva salutate Fateema stringendo la busta con i risultati delle analisi.
Sotto lo sguardo ombroso delle infermiere, Fateema si era allontanata. Il pomeriggio spremeva l'ultima luce sulla città, sulla moschea, e il ponte di Santacruz.
Affaticata, aveva fatto tutti gli scalini per salire sul ponte. Un venditore ambulante le voleva vendere degli occhiali da sole, un altro una camicia da notte. Fateema aveva scosso la testa, delicatamente, e si era accartocciata su se stessa, in un angolo.
Da lassù, mentre la luce sanguinava dal cielo e il muezzin chiamava quei pochi fedeli rimasti al mondo, Fateema osservava il brulichio della città sul finire del giorno.
Poi aveva aperto la busta delle analisi e dentro ci aveva trovato le ali di una farfalla. Incredula, le aveva accarezzate e si era ritrovata i polpastrelli cosparsi di polvere colorata.
Le analisi non le aveva nemmeno lette, aveva strappato i fogli e li aveva buttati giù dal ponte.
Quando si era incamminata verso casa, si era voltata.
Giusto un attimo, e aveva visto una farfalla volare leggiadra sulla polvere e il sudiciume di quei giorni.   

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