soz-e-ishq

bastava poco per cambiare dimensione, per lasciarsi dietro la Mumbai che scimmiottava l'Occidente nelle sue forme più bieche e meno interessanti - perché l'Occidente, in fondo, le apparteneva ancora e aveva qualcosa di buono sotto la superficie noiosa e omologata (boring, avrebbe detto un suo vecchio amico tedesco).
Bastava così poco.
Si copriva la testa con una dupatta dal colore improbabile, una sorta di azzurro cenere che non le donava, ma la accendeva di gioia, e usciva in strada.
Selezionava con cura il risciò driver. Non prendeva il taxi con le app del telefono, no. Perché per entrare nella vecchia Bombay ci voleva il guidatore di risciò adatto. Sceglieva sempre il più vecchio e malinconico.
Oggi aveva scelto un vecchietto musulmano con il barbone lungo e la papalina, e gli occhi misteriosi cerchiati di kajal. "Kurla jaenge, ji" gli aveva detto in un hindi traballante, ma amichevole, e il risciò era partito e in quel momento avevano varcato la dimensione tempo-spazio, e Kurla l'aveva accolta come un fotogramma del passato, un mondo arcaico, misterioso e magico, forse violento con tutti quei capretti sgozzati, la puzza insistente di animali e umanità mischiate, come il cielo che sprigionava incenso e pipì, persino l'odore della ruggine riusciva a sentire.
E quel vecchietto girava con la musica di Mohammed Rafi. E quel sottofondo musicale l'aveva messa di buon umore, ed era come girare col cuore scalzo. Già, nella vecchia Bombay - la sua unica, irrinunciabile Bombay che l'accoglieva a ogni ritorno - il cuore era scalzo.

   
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