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Visualizzazione dei post da Febbraio, 2017

Biscotti

Erano come biscotti, friabili. Pronti a dissolversi in una tazza, sotto i denti della vita.
Quell'estate lei era finita in Marocco, a scrivere un libro e a cercare di finire la tesi di dottorato. Ma non ci riusciva, e le notti erano una lunga infiammazione e il sollievo del gelsomino verso le prime ore del mattino, quando il buio è velluto, o forse illusione. Lui era dovuto tornare in un'Europa sempre più stanca, vecchia e intollerante. Tra un'occupazione precaria e un'altra. Ogni tanto si scrivevano lunghe lettere di carta, insensate e fuori tempo.  Tutti e due, su latitudini emotive diverse, stavano leggendo lo stesso libro, e non lo sapevano.

Uscivamo nel tramonto

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Uscivamo al tramonto. No, no. Uscivamo nel tramonto. Io e la mamma, e certe volte  si univa a noi anche la zia.
Le vicine di casa le evitavamo come le zecche, quelle che tormentavano i cani randagi, perché le nostre vicine avevano la vista corta e la lingua avvelenata.
La mamma cominciava a trepidare già alle quattro. Si affrettava a finire le faccende, sistemava la nonna, accendeva gli incensi e faceva una puja frettolosa. Tanto le divinità capivano, erano benevole con noi, come le nuvole gonfie di pioggia che popolavano i cieli di Goa già sul finire di maggio.
E ci potevamo permettere qualche trascuranza pomeridiana con gli dei.
La mamma poi preparava la cena per papà che tornava tardi e sempre d'umore sulfureo, e infine si metteva la camicia da notte - come tutte le donne del villaggio - a segnalare che la lunga giornata di lavoro, cominciata alle quattro del mattino, era quasi finita. E con quell'ampia tunica che le arrivava alle caviglie e le copriva le spalle, la ma…

Visioni

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i tram di Calcutta (e di Lisbona)

era un poeta bizzarro, spigoloso, così devoto alla poesia che un giorno, mentre vagava per Calcutta, aveva abbracciato un tram per sbaglio, e il tram se l'era portato via lasciando una scia di sangue e pagine così fitte da perderci gli occhi, il cuore e anche la ragione. Il poeta si era suicidato, qualcuno mormorava, così sottovoce da far venire i brividi. No, il poeta aveva abbracciato il tram. Quel poeta malinconico che amava solo le donne degli altri, incapace di concepire regole e bruttezza.

In un'altra città, ad altre latitudini, c'era un altro poeta - oh, che personaggio - che in punto di morte chiese i suoi occhiali. Sì, perché per un miope non c'è condanna peggiore di affrontare la verità strizzando invano gli occhi. Quest'altro poeta viaggiava spesso sui tram di Lisbona, e ogni tanto ci lasciava la sua ombra.

Ieri, in una stradina di Bombay, illuminata dal vento, questi due poeti si sono incontrati. Evanescenti e magnifici, sì, perché in India anche i fan…

La domenica col vento

S’incantava a guardare i filamenti di tè sul fondo della tazza. La tazza l’aveva scelta con cura, doveva portarla in giro per tutta l’India senza che si rompesse. Con il manico robusto, quasi spropositato, forse per illudersi di avere una certa presa sulla vita. Il tè faceva parte della bellezza, del rituale delle piccole cose, la quotidianità che ripara e consola. Quei momenti in cui le sembrava di accucciarsi sulle nuvole e sulla vetta innevata di una montagna e guardare le cose, passavano le cose, scorrevano, fluivano quando le guardava dall’alto. Ogni tanto trovava la bellezza nei luoghi più brutti e improbabili. Nei canali di scolo, nel cemento, nella giungla metallica che era la città.
Ma lei raccoglieva quelle piccole scaglie di luce e le infilava nella sua tazza.
Si sentiva una pellegrina su una strada infinita.
Perché era questo il dono più grande che le aveva fatto, e continuava a farle l’India: il cammino, la meraviglia dei suoi stessi piedi. Camminava scalza, sentiva addo…