i tram di Calcutta (e di Lisbona)

era un poeta bizzarro, spigoloso, così devoto alla poesia che un giorno, mentre vagava per Calcutta, aveva abbracciato un tram per sbaglio, e il tram se l'era portato via lasciando una scia di sangue e pagine così fitte da perderci gli occhi, il cuore e anche la ragione. Il poeta si era suicidato, qualcuno mormorava, così sottovoce da far venire i brividi. No, il poeta aveva abbracciato il tram. Quel poeta malinconico che amava solo le donne degli altri, incapace di concepire regole e bruttezza.

In un'altra città, ad altre latitudini, c'era un altro poeta - oh, che personaggio - che in punto di morte chiese i suoi occhiali. Sì, perché per un miope non c'è condanna peggiore di affrontare la verità strizzando invano gli occhi. Quest'altro poeta viaggiava spesso sui tram di Lisbona, e ogni tanto ci lasciava la sua ombra.

Ieri, in una stradina di Bombay, illuminata dal vento, questi due poeti si sono incontrati. Evanescenti e magnifici, sì, perché in India anche i fantasmi prendono i tram e bevono il tè robusto in un tempo così fragile che si slabbra e genera incubi.

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