La domenica col vento

S’incantava a guardare i filamenti di tè sul fondo della tazza. La tazza l’aveva scelta con cura, doveva portarla in giro per tutta l’India senza che si rompesse. Con il manico robusto, quasi spropositato, forse per illudersi di avere una certa presa sulla vita. Il tè faceva parte della bellezza, del rituale delle piccole cose, la quotidianità che ripara e consola. Quei momenti in cui le sembrava di accucciarsi sulle nuvole e sulla vetta innevata di una montagna e guardare le cose, passavano le cose, scorrevano, fluivano quando le guardava dall’alto. Ogni tanto trovava la bellezza nei luoghi più brutti e improbabili. Nei canali di scolo, nel cemento, nella giungla metallica che era la città.
Ma lei raccoglieva quelle piccole scaglie di luce e le infilava nella sua tazza.
Si sentiva una pellegrina su una strada infinita.
Perché era questo il dono più grande che le aveva fatto, e continuava a farle l’India: il cammino, la meraviglia dei suoi stessi piedi. Camminava scalza, sentiva addosso la fatica della strada, le ferite della città, quell’umanità che l’avvolgeva, una marea che sanguinava ma che mai era sconfitta.
E lei sorrideva. Al tramonto si metteva sotto l’albero dei corvi e ringraziava le divinità per il vento.

La domenica col vento era il suo regalo preferito.      

Post più popolari