Uscivamo nel tramonto

Uscivamo al tramonto. No, no. Uscivamo nel tramonto. Io e la mamma, e certe volte  si univa a noi anche la zia.
Le vicine di casa le evitavamo come le zecche, quelle che tormentavano i cani randagi, perché le nostre vicine avevano la vista corta e la lingua avvelenata.
La mamma cominciava a trepidare già alle quattro. Si affrettava a finire le faccende, sistemava la nonna, accendeva gli incensi e faceva una puja frettolosa. Tanto le divinità capivano, erano benevole con noi, come le nuvole gonfie di pioggia che popolavano i cieli di Goa già sul finire di maggio.
E ci potevamo permettere qualche trascuranza pomeridiana con gli dei.
La mamma poi preparava la cena per papà che tornava tardi e sempre d'umore sulfureo, e infine si metteva la camicia da notte - come tutte le donne del villaggio - a segnalare che la lunga giornata di lavoro, cominciata alle quattro del mattino, era quasi finita. E con quell'ampia tunica che le arrivava alle caviglie e le copriva le spalle, la mamma mi metteva l'olio di cocco nei capelli e mi faceva una lunga treccia.
Scalze, uscivamo nel tramonto.
Cinguettavamo sulla spiaggia, lontane dagli occhi rapaci e dalle mani ruvide e salmastre dei pescatori e cantavamo inni gioiosi e selvaggi al cielo e alle aquile di mare.
Il tramonto ci smerigliava, e tutto diventava lento, dolce, meraviglia.
E adesso, in questa stanza in affitto a Londra, a Hampstead, tengo la testa della mamma tra le mie mani, la cullo con le mie nenie disperate e folli, e per un attimo fuori dalla finestra, in una vecchia fotografia scattata da una straniera, io la mamma e la zia siamo ancora possibili, e percorriamo leggiadre i due chilometri e mezzo della spiaggia di Talpona.
E ancora una volta usciamo nel tramonto.
No, questa volta stiamo uscendo - tutte insieme - dal tramonto.

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