sconfinando

Fumavamo bidi alla finestra e aspettavamo il monsone.
Le nuvole che svaporavano nel rosa aranciato del tramonto erano l'illusione più grande, come i nani con gli ombrelli sui bordi delle foreste. Quelle bizzarre apparizioni, fugaci interrogativi, che vedevamo sfrecciando in autobus.
Gli autobus erano la nostra giostra personale, ci regalavano brivido e oblio.
Facevamo l'orlo alle nostre giornate coi pensieri affilati, poi tagliavamo il superfluo. Praticavamo, senza riuscirci, il non-attaccamento, perché poi ci innamoravamo della polvere e degli insetti, li cullavamo tra le nostre braccia.
Mucchi di stoffa e di vite, ai nostri piedi scalzi.
La stanza diventa un labirinto, quando spossati dal cielo, non uscivamo.
Costruivamo lanterne di carta e usavamo le verdi bottiglie come telefoni o sismografi.
Nulla interrompeva la feroce quiete dell'India.
Nemmeno l'incidente, quel giorno.

Sempre in autobus, incollati al finestrino, mentre scorrazzavano intorno a noi galline, vomito di bambini e nenie dai templi.
Qualcuno aveva fermato il tempo. Sul ciglio della strada c'era la disperazione. Lui le teneva la testa, e lei stava facendo fiorire un bocciolo di sangue. Maturava in fretta quel fiore del male. Presto la terra era diventata viola, e la donna stava piangendo, mentre l'uomo le teneva forte la testa, cercava di fermare almeno i ricordi, quelli più oscuri e felici. La donna gli stava morendo tra le braccia, e lui cercava di infrangere le leggi degli dèi e della gravità. Le sussurrava parole senza senso, e le bloccava la testa, cercando di arginare l'emorragia che la stava risucchiando in un altrove ancora prematuro per due che sia amavano. Qualcuno li aveva travolti mentre andavano in scooter al bazar a fare la spesa: erano dei coniugi di mezza età, forse sfioravano la sessantina, ma erano di una bellezza sconcertante, perché si amavano.
Lui piangeva per lei adesso, e lei si era trasformata in una colonna di fumo, visibile oltre i minareti e le barche dei pescatori.

Dal finestrino, pensavamo di aver sbagliato paesaggio e latitudini.

Poi una vecchina rugosa, color cioccolato, con un sari bianco da vedova, ci aveva annunciato che ci eravamo sintonizzati sul programma sbagliato.
Ma forse non era l'India, forse era il Vietnam, e la voce che ci narrava la storia apparteneva a una signora francese, distinta e scintillante, che collezionava traduzioni e conchiglie, e ogni tanto andava a trovare il fantasma di un amante cinese a Cholon, nell'ex Saigon.

(Capita, a volte, di sconfinare negli orizzonti che non esistono.)   

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