ultimo giorno di primavera

quel ventuno marzo sarebbe stato il tuo ultimo giorno di primavera, ti eri affacciata sull'orlo di quell'alba infausta di nuvole e vento. Non ti piacevano i temporali, avevi paura dei lampi, e io invece la bevevo la luce liquida, l'elettricità della natura impazzita. Quando il vento scuoteva i paesi e strappava gli addobbi del cielo, io gioivo e rinascevo: mi facevo falena, pipistrello, serpente, delfino, mi crescevano le ali setose, le scaglie d'argento, forse diventavo stella marina.
Tu, ti facevi gatto, raggomitolata sotto le coperte. Quante volte siamo sprofondate insieme sotto le coltri di inverni feroci. Il fuoco acceso, la tua marlboro rossa fumata di nascosto sotto il camino.
E di nascosto di chi, poi?, visto che in quella grande casa cavernosa c'eravamo rimaste solo noi due, noi che portavamo lo stesso nome luminoso e profetico, ma non lo stesso destino. Perché tu eri destinata all'amore infinito, quello stesso che ci ha riunito attorno al tuo capezzale, e io invece ero destinata alle bufere. Quel marzo di "ostriche e lupi", per parafrasare un salentino con la coppola - ma dimmi, poi, l'hai incontrato sugli scogli di Finibus Terrae? - io respiravo per te, da un continente all'altro, e poi da nord a sud - ti portavo sottopelle, nelle mimose e negli incubi che mi esplodevano attorno, negli uteri vuoti come i frigoriferi degli studenti, nelle vite di carta che custodivo come fiori secchi tra le pagine di certe notti o tramonti; e ancora respiravo e respiravo e camminavo, camminavo senza sosta tra un telefono e un altro, una lavatrice fatta alle cinque del mattino, quei panni appesi come le nostre coscienze, e poi i treni, o i dannati treni che mi portavano da te nell'oscurità e nella solitudine della vita adulta e greve. E io arrivavo, e tu aprivi. E i baci sulla testa erano capriole, finestre spalancate sulla luna e i pianeti misteriosi, e niente più esisteva. Le nostre catene si spezzavano tutte, schiave dei desideri malsani e delle mancanze - come il caffè con i due cucchiaini di zucchero che ci concedevamo voluttuose e i frutti di mare crudi erano un'alleanza con la nostra terra. I fichi e i pomodori secchi, i panini che mi preparavi di nascosto. Il nostro sconfinato, sorridente, irriverente amore, nonna. Oh, nonna, quanto mi manchi, qui adesso, mentre arriva la primavera in Occidente e in Oriente si festeggia l'estate, il trionfo della luce sul male (anche se le acque sono torbide, e gli uomini di questo villaggio pescano i fantasmi e spezzano le donne straniere, come bottiglie vuote le frantumano). Oh, nonna, infinita nonna, niente ora ci divide, nessuna membrana, perché io quel marzo percorrevo le strade, nessuno mi vedeva, ma io vedevo doppio, sentivo, respiravo per due, e ti portavo nei roseti e tra le rondini, e nessuno ci vedeva.
Niente nonna ci potrà mai separare, perché tu torni a volte di notte, infilata nei sogni che frusciano, l'incenso di queste vecchie chiese portoghesi sei tu, e sei tu il profumo inebriante di mango e gelsomino, e tutto ti celebra oggi. Tutto ti canta, perché davvero, come ha scritto una poetessa* che amo, ora la tua anima... "Ora non teme morte, né sconfitta: campi di riso fino all’orizzonte ripetono il suo nome".

(* Maria Grazia Calandrone, la poesia da cui ho tratto quel verso stupendo si chiama "La chiara circostanza")

    

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