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Visualizzazione dei post da Aprile, 2017

Bhairavi

aveva l'impressione che le avessero spostato il cuore, era da qualche parte. Forse anche il cuore era stato impacchettato e chiuso a chiave in un armadio. La moltitudine delle sue vite, gli abiti dismessi, le valigie.
E il suo cuore ora cantava uno struggente Bhairavi, come quello che aveva ascoltato in una vecchia sala da concerti a Dadar, tra le palme e i bungalow pronti a essere demoliti, e le divinità che al tramonto si prendevano la briga di passeggiare nel parco, contando i passi.

E poi

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E poi arriveranno le piogge, e i cuori svaporeranno, e qualcuno si dimenticherà di chiudere le finestre e una valigia.

Light of Bharat

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a volte, quando il sole si sconquassava sui palazzi, e tutto si tingeva di luce ambrata, la città si accasciava con un sospiro tra le sue braccia. Lei la cullava, la stringeva forte, e aveva l'impressione di spremerne l'essenza: i cani con le ciglia bianche e gli occhi miracolati, in grado di vedere passato presente e futuro senza farsi turbare; le sue bambine all'incrocio con i capelli serpentini e le unghie da alligatore; il mendicante pazzo che la benediva e le sorrideva sdentato; gli uomini d'affari che s'impettivano di giorno e si scioglievano in un bicchiere di whisky e soda di notte, nei club britannici che di britannico conservavano solo i fantasmi ormai; le donne forti e impavide che sfidavano le regole e stupidamente si baciavano sulla bocca per strada; i corvi - le sue divinità segrete; e ancora un ragazzino dello slum al quale aveva insegnato inglese e che ora era diventato grande, sicuro di sé, e bello come solo certi destini possono essere; i bungalo…

Dharavi

Di cosa parlano le bambine di Dharavi, sedute su un baratro, con le trecce ordinate e i denti storti, nel fulgore così terribilmente storto di un tramonto?
E di cosa parlano i sapienti corvi, librandosi tra alberi irriverenti e soffocati?
E di cosa parlano i polli bianchicci e scorbutici, prima di approdare nella macelleria all'angolo?
Pigolano, tessono un mondo non ancora insanguinato.

Waiting for the summer rain

che poi, a volte, erano i libri la sua pioggia, certe sere erano come lo sugar-cane juice comprato alla moschea bianca, tra la sporcizia dell'anima, mentre il muezzin richiamava all'ordine, (ma era tutta una finta), o erano quegli specchi di luna, quei tramonti infuocatissimi, ecco cos'erano i libri, e le piaceva seguire le piste di sogno e luce e morte che disseminavano, vedeva connessioni strane, assurde, ma li sentiva, ecco i libri li sentiva respirare

equazione

l'equazione era semplice: non era lei ad abitare la città, ma era la città ad abitarla. Di notte si aprivano mulinelli d'acqua tra le crepe dei sogni, i pensieri erano stellati, e non c'era spazio per altro, se non per poche parole, forse qualche sillaba.
Le foreste si potevano immaginare sui muri scrostati. Il miracolo di ombra e luce che compiva il vento sugli alberi, era il suo cinema personale: quando poi ci si illudeva al tramonto, che forse la notte avrebbe portato scampo.
(e da qualche altra parte la notte portava i missili).

Autobus di notte

L'elettricità che captavi coi polsi, bracciali immaginari di luce zuccherina, e gli autobus lenti, sfiancati dai passeggeri e dalla strada. Uno sconosciuto che si asciugava più volte la fronte con un pezzo di giornale, le notizie che gli colavano addosso e si mescolavano, stonate, a quell'estate spropositata.
Di notte gli autobus si accendevano di blu, sfiatavano agli incroci e parevano quadri irrisolti di Hopper.
Tu pensavi, per fortuna che l'America è lontana.
(E che esistono vecchi telefoni a disco per parlare coi morti)

Il senso

era Rajesh, una mattina presto, con i merli indiani che schiamazzavano e giocavano tra l'ombraluce degli alberi, era Rajesh, sì, che a piedi scalzi e con le tasche vuote si chinava sotto una macchina parcheggiata e parlava con un cane straziato dal dolore, un cane che aveva i nervi malati e piangeva. Le lacrime di quel cane - impotente, impotente, indifeso, indifeso, ingiusto ingiusto - erano arrivate sino al quarto piano, e quelle lacrime si piantavano come radici nel sonno e nella carne. Così era scesa, anche lei scalza, infilandosi jeans e maglietta, e assieme a Rajesh che parlava la lingua dei cani e della negligenza, aveva vegliato quel cane dilaniato (aveva pensato a una notizia letta su un giornale online, da un'altra fetta di mondo, una notizia che parlava di gas e agenti chimici usati sui bambini in una terra ormai dimenticata e innominabile)
Vegliavano su un cane destinato alla morte, o forse alla resurrezione.
Rajesh era la marginalità, e tutto quello che il potere…

grateful

la polvere si intonava ai suoi passi e ai suoi vestiti spiegazzati, c'erano valigie sventrate, scatoloni da mettere a posto, un cane dormiva beato e consapevole, incuneato tra il tavolo e le assi della notte.

La città ti mordeva, ti consumava, a volte era un fuoco, un'infiammazione profonda, quei virus di strade e umanità. Ma al mattino, tra i corvi e i pipistrelli, e il canto incessante del brainfever bird che annunciava l'ormai conclamata estate, mentre il caffè borbottava in bilico sul fornelletto, e Bombay come sempre in quei momenti in cui anima e cielo combaciavano era la sua unica finestra, il respiro. Diventava onda, foresta, treno, ululato. Lei si sentiva spalancare qualcosa, dentro, e provava un'umile, immensa gratitudine alla vita, nonostante le pagine ingiallite, i fiumi da panni da lavare, e le ali rotte di troppe farfalle.
Tutto si sarebbe spezzato, ancora, ma tutto si sarebbe aggiustato, in qualche modo, perché poi era questa la grande lezione che le do…

The end of the world

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Dormivamo. Come se nugoli di zanzare ci avessero ricamato addosso il destino. Il mare rapiva i respiri, brillantava i capelli.  Le nostre mappe screpolate. Le città gigantesche tutte cancellate, dalla fortuna e l'infamia. Per parlare indossavamo impalpabili ali. E dormivamo nei gusci delle noci di cocco.  Di giorno, ci veniva a trovare il leopardo cieco. E di notte, dentro di me, si accendeva una sola lampadina.