grateful

la polvere si intonava ai suoi passi e ai suoi vestiti spiegazzati, c'erano valigie sventrate, scatoloni da mettere a posto, un cane dormiva beato e consapevole, incuneato tra il tavolo e le assi della notte.

La città ti mordeva, ti consumava, a volte era un fuoco, un'infiammazione profonda, quei virus di strade e umanità. Ma al mattino, tra i corvi e i pipistrelli, e il canto incessante del brainfever bird che annunciava l'ormai conclamata estate, mentre il caffè borbottava in bilico sul fornelletto, e Bombay come sempre in quei momenti in cui anima e cielo combaciavano era la sua unica finestra, il respiro. Diventava onda, foresta, treno, ululato. Lei si sentiva spalancare qualcosa, dentro, e provava un'umile, immensa gratitudine alla vita, nonostante le pagine ingiallite, i fiumi da panni da lavare, e le ali rotte di troppe farfalle.
Tutto si sarebbe spezzato, ancora, ma tutto si sarebbe aggiustato, in qualche modo, perché poi era questa la grande lezione che le donava la folle città
e ora poteva forse dormire, solo cinque minuti, e sognare il giovane poeta che nella città impossibile aveva trovato il silenzio, quel silenzio che solo le orecchie degli dèi riescono a scambiare per qualcos'altro.

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