Il senso

era Rajesh, una mattina presto, con i merli indiani che schiamazzavano e giocavano tra l'ombraluce degli alberi, era Rajesh, sì, che a piedi scalzi e con le tasche vuote si chinava sotto una macchina parcheggiata e parlava con un cane straziato dal dolore, un cane che aveva i nervi malati e piangeva. Le lacrime di quel cane - impotente, impotente, indifeso, indifeso, ingiusto ingiusto - erano arrivate sino al quarto piano, e quelle lacrime si piantavano come radici nel sonno e nella carne. Così era scesa, anche lei scalza, infilandosi jeans e maglietta, e assieme a Rajesh che parlava la lingua dei cani e della negligenza, aveva vegliato quel cane dilaniato (aveva pensato a una notizia letta su un giornale online, da un'altra fetta di mondo, una notizia che parlava di gas e agenti chimici usati sui bambini in una terra ormai dimenticata e innominabile)
Vegliavano su un cane destinato alla morte, o forse alla resurrezione.
Rajesh era la marginalità, e tutto quello che il potere schiaccia e disprezza. Rajesh era quello che si teorizzava nei libri, dal postcolonial in poi. Un cane, forse, in una vita precedente, che ora parlava coi cani.
Anche lei parlava ai cani randagi, e lo faceva con le mani.
Vegliavano, senza sentire più differenza tra corpi e scatole, categorie, strade, binari. Tutto era scollegato, felicemente sconnesso, solo gli spiriti che si prendevano per mano, facevano un cerchio di luce, sconfiggevano le barriere, anche solo per qualche ora, e frusciavano tra le foglie, galleggiavano nell'umidità sfiancante di quella città
e gli spiriti, nudi e svelati, ridevano
barattavano le lacrime con la gioia, la vita, l'umanità che trionfava in una fiaba in miniatura, una fiaba nera, con un finale ancora più nero
ma pur sempre fiaba si faceva il mattino    

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