Light of Bharat

a volte, quando il sole si sconquassava sui palazzi, e tutto si tingeva di luce ambrata, la città si accasciava con un sospiro tra le sue braccia. Lei la cullava, la stringeva forte, e aveva l'impressione di spremerne l'essenza: i cani con le ciglia bianche e gli occhi miracolati, in grado di vedere passato presente e futuro senza farsi turbare; le sue bambine all'incrocio con i capelli serpentini e le unghie da alligatore; il mendicante pazzo che la benediva e le sorrideva sdentato; gli uomini d'affari che s'impettivano di giorno e si scioglievano in un bicchiere di whisky e soda di notte, nei club britannici che di britannico conservavano solo i fantasmi ormai; le donne forti e impavide che sfidavano le regole e stupidamente si baciavano sulla bocca per strada; i corvi - le sue divinità segrete; e ancora un ragazzino dello slum al quale aveva insegnato inglese e che ora era diventato grande, sicuro di sé, e bello come solo certi destini possono essere; i bungalow di Bandra, nelle viuzze che le ricordavano Goa; le mani di un tassista che aveva mollato i suoi clienti nel taxi sull'autostrada per raccogliere un caduto, una vittima della velocità e dell'incuria. Tutto, tutto questo stringeva sul balcone popolato da fiori gialli e merli indiani: stringeva l'unica città che amava e che l'aveva sempre accolta. Incondizionatamente, l'aveva accolta, tra le pagine dei breviari e delle poesie in urdu. Forse la città l'aveva persino amata nei momenti di dormiveglia, quando non esistevano le barriere della pelle.
E forse, c'erano posti da cui lei non se ne sarebbe mai andata, anche se fisicamente era altrove.
E forse da Bombay non se ne andava, semplicemente assumeva altre forme.

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