emisferi

foto di Nityanand Poojary
si incontravano spesso sull'orlo di un bicchiere, quando fuori ululavano le foglie e sembrava di tuffarsi in un mondo ruvido e alcolico, che poteva esistere solo nei grandi romanzi russi.
"Ai poeti russi - Blok, Chlebnikov, Esenin - devo tutta la mia vita", le disse Veronique mentre asciugava le lacrime del bicchiere.
"E le poetesse russe, no?", chiese Marion.
Marion non riusciva a staccarsi di dosso il verso di una poesia, la bambina di una poesia che deglutiva mare, la seguiva nei sogni, era nelle voci della radio, era nei racconti che aveva mietuto come spighe di grano camminando nuda nei campi quando tutti sognavano. Quella bambina sola che moriva, e deglutiva mare*.
"Oh, le poetesse russe, quelle dannate", sospirò Veronique. Dietro di lei, le foglie erano fitte come ragnatela, si scuotevano tutte, e il cielo era diventato una lavagna nera.
Poi era calato il silenzio, maestoso come vento. Aveva spaginato i pensieri e i vestiti estivi che indossavano parevano quasi ridicoli. Portavano tutte due i sandali, e non erano amiche. Si rifugiavano spesso in quel bar, chiacchieravano, ricordavano i grandi della letteratura russa, ogni tanto cercavano di nascondere le proprie miserie, le vite scolorite, la ricrescita dei capelli bianchi sotto i colori stravaganti. Cioccolato, rosso ciliegie, tinte così, da due soldi.
Non si erano presentate col loro vero nome. Veronique in realtà si chiamava Stanka Y., e Ana aveva balbettato un'improbabile Marion, che faceva tanto racconto americano.
Si erano lasciate una steppa alle spalle, una steppa di soprusi, polvere accumulata negli angoli, rughe precoci, amanti, mariti, vene varicose, qualche chilo di troppo causato dalla nostalgia.
Forse la nostalgia di essere bambine, e di non dover fare le donne mature, responsabili, che pulivano, pulivano le case degli altri, i culi e la bava dei vecchi - mica dei bambini, e il mercoledì pomeriggio ciabattavano stanche fino al bar. Le rumene, le chiamavano impropriamente gli altri, e loro ridevano di gusto.
Tanto, che importanza avevano? Gli altri. Già, gli altri.

*(la bambina che deglutiva mare viene dalla splendida poesia, "Mentre morivo", di Chandra Livia Candiani)     

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