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Visualizzazione dei post da Agosto, 2017

Maestri

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e soprattutto la grammatica di Bombay gliel'avevano insegnata loro.


Non svegliatemi

"Non svegliatemi", pensò l'uomo davanti al mare.
Aveva indossato l'abito della domenica e si era messo persino la bombetta. Bombay si spalmava con le nuvole sull'auto nera che attraversava la pioggia.

La testa perduta di un leopardo

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Era tornato in India per accontentare sua moglie, che voleva trascorrere la vecchiaia “a casa”.
Già, la vecchiaia. L’unica cosa che Arun non riusciva a sconfiggere, né tantomeno combattere. Il corpo si prosciugava di forza e volontà. La mente ordinava, il corpo boicottava di continuo le intenzioni.
Nato in Kenya, dove aveva passato l’infanzia e parte della giovinezza, Arun era poi emigrato in Canada. Là aveva trascorso gran parte della sua vita, e all’estero era stato fotografo. Un fotografo famoso, per giunta. A caccia di scatti – tra foreste, immigrati pensierosi e orsi grizzly – i suoi occhi, e le sue mani fervide, avevano colto meraviglie. A volte, le sue foto avevano documentato istanti di rara intensità, grandi transizioni nella storia, tatuaggi del tempo.
Era riuscito anche a illuminare il cuore di tenebra di così tante famiglie indiane immigrate in Canada, con i vestiti color ruggine e l’amaro in bocca. Quell’amaro che colava dagli angoli delle labbra, dagli zigomi: era nosta…

Metamorfosi

Tu prendevi i cieli e li mettevi nei rettangoli, che sfumavano in tramonti, brillantati di ruggine. Per te, le fotografie erano pagine, illimitate. Ogni tanto il vento, i cavalli, il giallo che aveva seccato la collina, la calura che irruvidiva gli sguardi, i cuori slabbrati. Ogni tanto, il paesaggio si traslava, e bastava accendere la radio. Come in una canzone dei Cowboy junkies. Poi l'urgenza della caffetteria ti riportava alla realtà.

La voce di Domenico Quirico

Sapete: non mi ha più lasciato il puzzo della miseria, si è attaccato ai vestiti, alla pelle, mi ha inseguito dopo che ne sono uscito. Ho gettato via i vestiti che indossavo, ed è rimasto lì, mi è entrato dentro. Mi insegue e mi perseguita. Cosa è l’odore dei poveri? È un misto di sudore sudiciume immondizia urina secrezioni catarri cibi guasti o di poco pregio vestiti usati e riusati senza lavarli; è il trasudare della paura e di una dolente pazienza di vivere. Forse il problema è che coloro che decidono il destino dei migranti l’odore dei poveri non lo hanno mai sentito, vengono, parlano con i ministri in belle sale refrigerate. I centri per l’immigrazione clandestina (che ironia in un Paese, la Libia, che per quaranta anni ha fatto svolgere tutti i lavori duri a milioni di clandestini schiavi) sono sigle e numeri. Sigle e numeri. Questi uomini e donne e ragazzi sono detenuti, prigionieri. Non possono uscire, non possono comunicare con le famiglie. Mi hanno chiesto: «Che reato ho co…

Il girasole di plastica

Gli aveva portato un girasole di plastica, e un mazzetto di peperoncini freschi.  Verdi come punti interrogativi.
Sull’uscio chiuso aveva adagiato anche due noci di cocco e gli incensi, una scatola nuova. Sentendo la sua mancanza – ormai erano giorni e giorni che trovava la porta chiusa, ma si rifiutava di contarli – aveva accarezzato la porta di legno, fatta a mano da lui, intagliata con cura.
Di lui ricordava la fronte imperlata di sudore, le mani abili e callose, le palme che bisbigliavano scarmigliate fuori dalla porta. Lei col vestito a fiori, e le ginocchia che le spuntavano timide.
Ricordava il chiaroscuro di quei giorni, con le ombre che avevano finalmente trovato il loro posto.
E ora non le restava altro che accarezzare la porta di legno, la più semplice di tutto il villaggio, eppure così elegante, priva di fronzoli.
«Mi piacciono i fiori di plastica», le aveva detto lui. «Perché non appassiscono mai».

Dopo aver dato un’ultima occhiata alla porta, alla casa silenziosa custod…

Il dio monsone

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