Il girasole di plastica

Gli aveva portato un girasole di plastica, e un mazzetto di peperoncini freschi.  Verdi come punti interrogativi.
Sull’uscio chiuso aveva adagiato anche due noci di cocco e gli incensi, una scatola nuova. Sentendo la sua mancanza – ormai erano giorni e giorni che trovava la porta chiusa, ma si rifiutava di contarli – aveva accarezzato la porta di legno, fatta a mano da lui, intagliata con cura.
Di lui ricordava la fronte imperlata di sudore, le mani abili e callose, le palme che bisbigliavano scarmigliate fuori dalla porta. Lei col vestito a fiori, e le ginocchia che le spuntavano timide.
Ricordava il chiaroscuro di quei giorni, con le ombre che avevano finalmente trovato il loro posto.
E ora non le restava altro che accarezzare la porta di legno, la più semplice di tutto il villaggio, eppure così elegante, priva di fronzoli.
«Mi piacciono i fiori di plastica», le aveva detto lui. «Perché non appassiscono mai».

Dopo aver dato un’ultima occhiata alla porta, alla casa silenziosa custodita dietro il legno, si era voltata e si era incamminata verso la spiaggia, riparandosi dal sole beffardo con le mani. Aveva dimenticato occhiali scuri e cappello di paglia nella pensione che pullulava di stranieri.
A un certo punto, una gallina le aveva tagliato la strada. Teneva qualcosa tra il becco e trotterellava contenta.
Era la piuma lugubre di un corvo.  
 
(racconto inedito di C.Nubile)



Post più popolari