svestirsi

a colloquio con tutti i suoi libri di poesie - quelli scampati a frange sismiche, scatoloni e traslochi del cuore - le pareva di essere entrata nell'assurda libertà che ti frizza addosso quando vai a trovare qualcuno in carcere, alla svestizione del sé attraverso i cancelli, le sbarre, i tanti armadietti in cui riporre le note coordinate, chiavi, telefonino, documenti, man mano i passi scanditi dai catenacci, dal clic graffiante di chiavi che si aprono per poi chiudersi, le porte metalliche. Svestiti, si arriva alla poesia, come tante squame lasciate dietro di sé.
Svestiti, si torna alla poesia, con le unghie sbrecciate, la polvere che si accumula sulle palpebre come ombretto, le rughe agli angoli della bocca e la bellezza dell'età che inizia a svaporare lieta. Come un incantesimo, Majakovskij riempie ancora le stanze con le sue ciglia. E il giorno si fa notte, lume di candela, mani che si aggrappano ai dirupi, bambine sui margini, note di un estate bizzarra, e un febbraio rilucente che mai è arrivato, o forse sì.
La svestizione del sé è anche questo. Poesia.

(e c'è ancora un leopardo delle nevi, mai ucciso dai cacciatori, che si aggira lieve in una vecchia poesia di Keki N. Daruwalla, quel libro usato ormai ingiallito, trovato come un tesoro su una bancarella a Bandra)

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