attraverso

si ricordano, i ricchi abitanti dei palazzi verticali verticalissimi, di mettere una piantina di tulsi sui loro sfavillanti balconi, dove la luna approda a ogni festa, o le finestre sigillate strozzano angeli e sussurri della città?

Attraversare Bombay di notte, sui ponti mai deserti - questa città che vuole restare unita a tutti i costi, perché è nata di contrabbando, reclamando la terra dal mare, collegando le sue sette isole che un tempo fluttuavano sole - è come attraversare diverse dimensioni temporali. I pochi chawl degli operai che sopravvivono tra fuligginose ciminiere in disuso e i mega-grattacieli di Parel. Sbirciare nelle finestre spalancate delle vecchie casette, con i balconi, i corridoi e i bagni in comune, dove la vita scorre elettrica a ogni ora. Le cucine minuscole, zeppe di utensili; un vecchio pensieroso che fuma un beedi, una notte che non è mai in agguato, perché si addomestica a ogni gesto. E poi la faccia vittoriana, così britannica di South Bombay, sventrata per i lavori di costruzione della metro, e l'eterno contemporaneo che è Mohammed Ali Road, o Dongri, dove a mezzanotte passata c'è un tripudio di donne in burqa nero che passeggiano mangiando il gelato, ragazzi con gli occhi cerchiati di kajal che strombazzano sulle motorette e ridono chiassosi, uomini dalle lunghe barbe tinte di henné con i diamanti sulle mani e il rosario sempre a portata di mano. Sgranano ogni attimo, e la strada è un'esplosione di profumi, davanti alle moschee i venditori di attar, i mendicanti in attesa di qualche spicciolo o di un pasto.

Quando Allah vuole qualcosa, dice kun, fayakun: sii, ed è.

Così mi ha spiegato L., un mio caro amico musulmano, facendomi notare l'uso dell'indicativo, dopo l'imperativo: è. Così rende in modo potente la fulminea contemporaneità ed eternità della creazione, mi ha detto. 
Ho l'impressione che qui succeda lo stesso, non esiste un passato remoto, ma un presente che tutto ingloba e cancella le sfumature temporali, divorando lo spazio. 

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