Bombay meri jaan


Foto di Slogan Murugan, presa da qui
a volte capitava che la gente le parlasse intorno, le parlava persino addosso, come una materia viscida e appicciosa quelle parole, sempre identiche, poco curiose, si abbarbicavano a lei, e mentre succedeva ogni tanto lei s'incantava a osservare un particolare, una piega insolita nella giornata, la luce del sole che si angolava, il crepitio di un tramonto, qualsiasi cosa la distraeva, la allontanava, trasportandola altrove, dove tutto era in transito; e una sera mentre le cadevano addosso le parole altrui come una cascata fuori tempo, aveva sentito uno strano turbinio dentro di sé.

No, non l'aveva sentito, l'aveva proprio visto: era  un vortice di vento e foglie e piedi danzanti, piedi in cammino, e in cammino si era messa senza mai spostarsi da quel tavolo a cena, mentre il mondo continuava a borbottare, e così aveva preso la via degli esseri invisibili, gli straordinari, i fuori casta, i dervisci, i mistici, o semplicemente i poeti del quotidiano, quelli che setacciano la polvere, la merda, la spazzatura e trovano qualcosa. Qualcosa di infinitamente piccolo, irrivelante, ma che finisce per stonare, contrastare con il resto. Qualcosa che nei momenti più inaspettati può salvare la vita, come le pagine, come le mani sincere, come il respiro sgualcito di una città fottutamente umana, fottutamente miracolosa.

Questa mia folle città, che sempre ringrazio. Per avermi salvata, accolta, mondata, cullata, sempre.
Bombay meri jaan. 
E qui finisco, qui comincio.  



    

Post popolari in questo blog

Buddha on a rickshaw

viaggiare

Libritudine