Cenere e acqua

la poesia è ovunque, la calpestiamo tutti i giorni, nell'ombra di una palma sul muro, proiettata sapientemente come se fosse un grandioso cinema all'aperto, con le fronde svolazzanti e il cielo miracolosamente azzurro, quell'azzurro dicembrino a Bombay che sconfigge il cemento e la verticalità. In basso, sempre più in basso dobbiamo tornare, e scalzi, nudi di certezze, per ammirare la vita che si srotola accanto: il vecchietto della bottega balena/caverna che copre il cane randagio che divide il marciapiede con lui, gli mette addosso una copertina lisa, decorata di bianco e rosso, tutte le sere.
La poesia è anche nei gesti.
Il sorriso sconfinato di una ragazza musulmana, con le ciglia luccicanti di meraviglia, seduta elegantemente di traverso su una vecchia moto, nel traffico impazzito di Mahim la sera tardi, mentre le processioni urlanti attraversano il quartiere, e le moschee verde menta sfavillano di luci. Non ha nemmeno importanza cosa si festeggia, si festeggia e basta, e tutti sciamano in strada, fermano il flusso del traffico. I poliziotti in divisa kaki che fanno da cordone, e gli autobus rossi tossiscono, strombazzano ma non si muovono: la folla è ovunque, e ancora un sorriso, di un giovane poliziotto che incrocia il mio sguardo. Più basso, più basso ancora un gatto osserva la sua preda, un topo, e si prende tutto il tempo di ammirarlo. La luna da qualche parte sta facendo i suoi incantesimi sulla città che io attraverso leggera, come sospinta da un vento magico, ovunque la poesia mi accarezza gli occhi, forse mi bacia la testa, e non la cosparge di cenere.
E per tornare alla gentilezza, oggi penso alla gentilezza dell'acqua. Il bene più prezioso, l'essenza della vita stessa.
Non siamo cenere, ma acqua.    

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