scavare

The light of hindi - foto di Clara Nubile
tradurre è come scavare, sotto ogni parola c'è un pozzo sconfinato, disseta, incuriosisce, lascia perplessi, un pozzo d'acqua smeraldina in cui nuotano pesci e foglie, difficile distinguere gli uni dalle altre, ma tutto poi fluttua in superficie. E il traduttore scava, scava a fondo, sconfiggendo le ombre, senza farsi accecare dalla luce. Perché sotto ogni parola che incontra, c'è davvero un altro mondo.
Tradurre è un'arte, ma soprattutto un mestiere faticoso e meraviglioso insieme. Un mestiere fisico, e non solo mentale. Dietro ogni scelta, e le scelte sono ardue e infinite, ci sono tutti i passi che ci hanno condotto fin qua, in giro per il mondo, in camere improvvisate, su scrivanie da campo, notti insonni, circondati da zanzare feroci e dal neon sconsolato, e ancora fiumi di parole. Non so se sia il mestiere più bello del mondo, non credo proprio. Tutt'altro, e non solo per le condizioni soggettive, ma soprattutto per quelle oggettive di questo lavoro d'ago e filo.

Però quando traduco, le mie mani diventano davvero ponti, e ne sono felice.  

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