le cattedrali

Era in queste cattedrali che si rifugiava, nel silenzio assoluto, nelle variazioni della luce.

Baniano al JJ. Art Institute - Foto di Clara Nubile

Baniano al JJ. Art Institute - Foto di Clara Nubile
"Le cattedrali dei baniani", così le aveva detto la sua amica indiana, quella che indossava sari verde bosco o blu-mare, e si pettinava i lunghi capelli in una crocchia intrecciata. "Le cattedrali dei baniani", aveva ripetuto. "Così le ha descritte Ananda Devi, una scrittrice indiana che vive alle Mauritius. I suoi amanti, quelli di carta, si rifugiano là, tra le radici aeree o le liane dei baniani".
Questa stessa amica indiana, che le raccontava delle passeggiate che faceva Manto nel campus del Fort, sempre a Bombay, un altro pomeriggio si era ritrovata zoppa. "Mi è caduto del ghee bollente sul piede mentre preparavo un rimedio ayurvedico per l'ansia di mio padre, il mio appa." Vijalaxmi, così si chiamava superficialmente l'amica, curava le angosce con le risorse naturali. V., la sua amica dalle mille storie. "Clara, tutti dobbiamo morire". E nel limbo di un attesa, lei aveva pensato alle stelle, che proteggono, e ai morti che ti portano buone notizie in sogno.
Con quell'amica improvvisamente zoppa, si era ritrovata a camminare per i vicoli di Matunga e Mahim, in un'incerta zona di confine, quasi onirica, e in un oscuro café dove servivano piatti del sud India, lei, l'amica dalle mille storie e un avvocato smilzo e itterico, posseduto dal djinn della poesia, aveva avvertito nell'aria, sulla pelle, ovunque nella stanzetta del cafè, l'estasi mistica di certi vecchi cantori sufi. Quell'esaltazione che ti spinge a girare con le borse traboccanti di fogli, libri e poesia.

Sì, Rumi o Mir o Ghalib o Iqbal (non osava pensare a Faiz, anche se l'aveva fatto) erano proprio là dentro. Nelle cattedrali dei baniani, nei vecchi cafè di Matunga, negli occhi arrossati di un avvocato infervorato, intossicato di poesia persiana e urdu.

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