Buddha on a rickshaw

Buddha on a rickshaw - foto di Clara Nubile
Pit stop da Mango - foto di Clara Nubile
Viaggiare in autobus in un paese straniero è sempre, nel bene e nel male, illuminante. Ti rivela molto della cultura, dei passeggeri a bordo, dei percorsi, degli atteggiamenti. Quando ero molto giovane e vivevo a Portsmouth, Inghilterra, città sbattuta dal mare e dal vento, dalle nuvole cupe e maestose e dai marinai russi in giro per il centro, prendevo sempre l'autobus per tornare a casa. Là sopra è capitato che mi sputassero addosso, sulle spalle e sulla testa, sul cappotto, sulle borse della spesa. Gruppi di ragazzini inglesi usciti da scuola. Facevano lo stesso ai miei amici cinesi. Sputi, insulti e parolacce (e pagavo pure il biglietto). Un'altra volta ero con una mia amica e collega italiana, P., e ci insultarono di brutto, senza motivo. Non me lo scorderò mai, "Mussolini's scum" urlarono. Be', in quei casi c'è poco da fare, soprattutto se sei una donna sola (una ragazza all'epoca). Allora ti rassegni e assumi un aspetto gandhiano (in fondo è riuscito a "smontare" il British Raj il mio caro vecchietto guju col suo pacifismo), e ignori (evitando di sorridere a tanta meschinità che non si sa mai). Lasci sfuriare (e cerchi di non infuriarti, anche se reciti mentalmente mantra di maledizioni e parolacce). Pregando in silenzio di arrivare a casa sana e salva.

Qui, dall'altra parte del mondo, ho sempre preso tanti, tantissimi autobus tra Subcontinente indiano e Sud-est asiatico. Avventure divertenti. Adoro gli autobus. Un po' perché l'autobus è il mio mezzo di trasporto sin dall'infanzia. Io e mia nonna prendevamo la 7 per andare a Brindisi a comprare il caffè appena macinato e anche la mortadella in una bottega che non credo esista più. Poi gli anni del liceo. L'università. Le lunghe permanenze in Inghilterra. I viaggi ecc ecc e fin qua. In India, soprattutto a Bombay, ho avuto la "fortuna" di viaggiare sugli autobus urbani della BEST per anni. File disordinate, a volte controllate dal manganello dei poliziotti, risse e sgomitate per salire a bordo, ma una volta seduti cominciava il viaggio. Destavo sempre scalpore, soprattutto se ero sola. Mi è stato più volte offerto il posto, cibo, sorrisi. Aiuto. Ogni cosa.
E anche in Thailandia prendo gli autobus. Qui c'è meno folla, meno curiosità e più pudore e garbo nei confronti di una farang come me, ma appena si esce dai circuiti turistici, se c'è solo un thai a bordo che spiccica una sola parola di inglese scatta la curiosità e si coordina la mia discesa in gruppo, augurandomi ogni bene.
Sì, a sud-est in autobus ci si diverte, e anche molto. Poi capita di osservare scene interessanti. La bigliettaia che al volo compra il pranzo per l'autista, e glielo posa accanto. Buddha su un risciò, accompagnato da un monaco d'arancio vestito e diretto chissà dove, e tante cose così. Di passaggio, ma eterne. Come certe illuminazioni.

From the window - foto di Clara Nubile


 


     

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