waiting for the mango rains

bruciano i campi di riso e il sole si vela, ma il rosso s'imprime a fuoco sul prato dei miei occhi, mentre le mie mani imparano l'umiltà e la compassione, la fluidità dei corpi, l'accompagnarsi dei movimenti circolari, perfetti. Ritrovo l'India nelle mie mani così abituate alla tastiera, le dita sono uccelli, ma così poco abituate alla fisicità. Al rigore della tecnica.
Gli antichi insegnamenti d'India che mi attraversano, seguono le linee energetiche, le "super highways", come foglie che svolazzano per poi acquietarsi e tornare al loro posto. Pozzanghere in cui specchiarsi al tramonto, e i campi di riso continuano a bruciare. Qui si attendono le "mango rains", con il tè di foglie di papaya e un vecchio incantevole disco di Bill Evans che ha vissuto con me vent'anni ma mai avevo ascoltato. La magia della distanza, intensa come attimi.

Sulla strada per la stazione, l'altro giorno ho incontrato Dio, o la grazia: si è manifestata all'improvviso, stagliandosi verde contro il cielo di un blu finalmente commovente. Un ventaglio vivente che ha interrotto la voce di mio padre nel telefono, ha interrotto la scena, persino il momento subito prima del tramonto. Tale è la potenza del divino, qualunque esso sia. Anche le formiche rosse enormi che scorrazzano sui fili della luce.
E sulla strada per la stazione, Dio mi ha parlato con la lingua dei rami, delle radici e delle fronde, una visione che ha interrotto tutto il resto, e alla fine le auto non sfrecciavano più tutt'intorno, né i songtaew, né le motorette, perché io avevo arrestato il flusso del traffico con il mio stupore. Uno stupore con un'eco luminosa, qualcosa che passa forse una sola volta nella vita.

God, or Grace, on the way to the station - foto di Clara Nubile
Arrendersi, abbandonarsi alla bellezza che sfolgora, nonostante tutto.
La bellezza di due vecchi cinesi che mi preparano la cena, lei così gobba e curva, ma fiera sul suo wok enorme, quasi una fattucchiera del riso e delle verdure, e della zuppa che salva lo stomaco e le domeniche, con una profusione di erbe e sedano. Lui, antico e sorridente, che riempie lo sfondo della foto, inconsapevole.
Le traduzioni serali che trasmigrano sottopelle, ancora, e un vero maestro di yoga mi compare in sogno, attraverso una canzone, mi lascia con questa frase ripetuta all'infinito finché non è suonata la realtà.

L'ultimo chiodo bianco sgocciola il perdono.

E i campi di riso all'orizzonte continuano a bruciare, velano la collina e mi parlano d'altri mondi.
E bruciano i campi di riso.


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