Il dio monsone

Waiting for Godot - foto di Clara Nubile
ero stata battezzata dal monsone a Goa, giugno 1999, quasi vent'anni fa, viaggiando in India - in Asia - per la prima volta - tra lunghi treni in paesaggi che mutavano lenti, vite di villaggi che si srotolavano per i miei occhi. E la pioggia mi accoglie su un'isola, e le nuvole si ammassano fiere e imprevedibili, scatenano vento e mare, con gli aghi dei pini e le foglie che turbinano, e le aquile fanno da oracoli in alto, lassù dove il cielo è piombo. Tutti corrono via dalla pioggia, il mare ruggisce, inizia la danza miracolosa di lampi e tuoni e una ragazza birmana - una delle tante che viene a fare le stagioni qui in Thailandia -  è corsa felice in spiaggia col suo telefonino, cantava cantava rideva. Non so se parlasse con qualcuno, se chattasse o cosa, o semplicemente se quel pezzo di metallo fosse un filo per raggiungere casa, o una sembianza di casa. Un'altra ragazza birmana, quando infine è venuto giù lo scroscio potente, maestoso - un vero e proprio assaggio del dio Monsone - ha iniziato a ballare sotto la pioggia, infradiciandosi i lunghi capelli d'un nero lucente, ma era un momento così intimo, troppo intimo tra lei e la pioggia per catturarlo. Era un momento solo suo, e come tale doveva restare.
Si sa poco della Birmania, si sa veramente poco di questi scampoli di Sud-est asiatico che si offrono al turismo, e anche al viaggio ma in misura minore, con generosità estrema.
Chissà cosa pensano queste ragazze birmane che fanno le stagioni in Thailandia, vivono ammucchiate, ma sorridono cantano danzano. Che preparano insalate con le foglie di tè, trattengono il fiato al tramonto.


Waiting for you - Foto di Clara Nubile 

E le notti tropicali, ancora una volta, sono lente. Scandite dai temporali, dalle lampade fioche, dai versi della giungla e dalle pagine di Paul Theroux, che si rivela magistrale e acuto, nonostante l'antipatia. Mi riporta un'immagine vivida dell'amata India, quando scrive:

Welcome to India, and the proof that, as Borges once wrote "India is larger than the world." On the surface nothing has changed in Amritsar. From what I could gather, the country was no different from what I had seen three decades before. This prospect delighted me. It was a relief, the mildy orchestrated free-for-all of India - something of a madhouse with a touch of anarchy, yes, but an asylum in which strangers are welcome, even inquisitorial one like me; where anything is possible, the weather is often pleasant, and the spicy food clears your sinuses. Most of India embodies Blake's dictum that "Energy is eternal delight". All you need is a strong stomach, a little money and a tolerance for crowds. And a way of lifting your gaze upward and moving on, so that you don't see the foreground - in India the foreground is generally horrific. The reality was that Amritsar, like all Indian city, looked as though it had been made by human hands, skinny ones, and so the result had a look of improvisation, faulty and fragile and somehow incomplete. 
The horror is possibly true, or perhaps all illusion, as some Indians believe, smiling and saying, "True and not true, sar. Anekantavada, sar. The many-sidedness of reality, sar."  
(Paul Theroux, Ghost Train to the Eastern Star)    

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