Impermanenza

The Laughing Monk - foto di Clara Nubile
Vi sono luoghi che sono pozzi di luce in cui immergersi, senza bombole e maschera, senza funi. Semplicemente ci si tuffa, ci s'imbeve d'azzurro e oro, sfumandosi guance e pensieri, rivestendo la pelle di positività, sapendo - come il monaco che ride e prende in giro se stesso - che tutto è impermanente e fluido. 
Questo paese garbato e gentile, un paese che ti si avvicina in punta di piedi e ti porge un fazzoletto, se è il caso, è così affascinante oltre le vie del sesso, oltre i bar di expats, i massage parlours, i neon luccicanti di Siam Paragon. C'è davvero ovunque "un angolo di vecchio Siam nella giungla di cemento" per citare Terzani. 

C'è una Bangkok, una Tailandia bambina e intatta, impaurita dai fantasmi, incatenata e incantata dalle superstizioni e dalle credenze popolari. Tra monaci ridenti ed esorcisti, amuleti e scaccia-spiriti, impera poi la giungla di foglie maestose e giganti, di canali con le long boats che riportano indietro nel tempo, persino angoli di vecchia Cina qui trapiantati. Sugli usci spalancati delle case-botteghe incontro pagine da scrivere, vecchine che sono il simbolo dell'incanto. Storie così fitte e polverose che mi danno il capogiro.
Vertigine di bellezza e stupore.
E da questi pozzi di luce bevo, assetata, per combattere la parola maligna che intanto fiorisce. E sono grata a questa terra per avermi cullato tra le nuvole selvagge e maestose di un'isola meravigliosamente lontana e il cielo birichino di Bangkok che di notte irrompe dalla finestra con il verso buffo dei gechi, i campanellini nel vento e la luce ambra del tempio, come un faro nelle burrasche, quel tempio che ho incrociato tutti i giorni qui e che mai ho visitato.
E nell'impermanenza dei giorni a Oriente cammino, e forse imparerò a ridere di me stessa come pochi.

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